– Deportati costretti a cremare i cadaveri dei lager: l’orrore dei “Sonderkommando”

31 01 2010

Il terribile compito dei Sonderkommando (briancuban.com)

AUSCHWITZ – Uccidere per non essere ucciso. Cremare i corpi di amici e parenti per non finire nel forno. Nei campi di concentramento era questo era il compito dei “Sonderkommando”, formazioni militari composte da deportati per lo più ebrei. Durante la 2° guerra mondiale, le “unità speciali” (questa la traduzione) erano costrette a occuparsi della raccolta e della cremazione dei cadaveri di tutte le vittime: ebrei, oppositori militari e politici, partigiani, slavi, polacchi, omosessuali, portatori di handicap e molti altri ancora. All’arrivo nei lager, venivano scelti i più robusti, i più muscolosi: avrebbero dovuto trasportare sulle braccia migliaia di cadaveri, osservando davanti ai proprio occhi il destino a cui erano momentaneamente sfuggiti. Senza possibilità: un deportato selezionato per il Sonderkommando doveva accettare l’incarico conferito dai nazisti. Nessuna alternativa, se non la morte per aver rifiutato un ordine dei tedeschi. La tortura veniva utilizzata per “convincere” i soggetti più restii. I pochi sopravvissuti di queste unità speciali, a differenza di molti altri deportati, decisero di non raccontare nulla: il ruolo di complici dei carnefici ha continuato a violentare la loro coscienza per decenni. Lo stesso Primo Levi, autore del celebre romanzo Se questo è un uomo, ha definito i Sonderkommando i «corvi neri del crematorio», dipingendoli come brutali, selvaggi e criminali. Nel libro I sommersi e i salvati, Levi scrive: «Sono i manovali della strage, preferiscono qualche settimana in più di vita (quale vita!) alla morte immediata, ma in nessun caso si indussero ad uccidere di propria mano, credo che nessuno sia autorizzato a giudicarli. Chiunque osi tentare un giudizio, immagini di trovarsi scagliato in un inferno indecifrabile: qui gli viene offerta la sopravvivenza, e gli viene proposto, anzi imposto, un compito truce ma imprecisato».

Testimonianze – Alcuni superstiti raccontano che ai Sonderkommando venivano riservati, come risarcimento della loro collaborazione, diversi privilegi: un razione in più di cibo, un’ora in più di riposo, un trattamento meno disumano. Eppure, in quanto testimoni delle atrocità compiute dai nazisti, i componenti dei Sonderkommando venivano periodicamente eliminati (sebbene vi furono delle eccezioni). Ad Auschwitz si avvicendarono 12 di queste unità speciali, ognuna delle quali utilizzava dai 700 a 1000 addetti. Oltre alla cremazione dei corpi, erano costretti a svolgere altre funzioni: accompagnare i gruppi di prigionieri alle camere a gas, aiutarli a svestirsi, tagliare i capelli ai cadaveri, estrarre loro i denti d’oro, recuperare oggetti e indumenti negli spogliatoi. Il 7 ottobre 1944 si ricorda una rivolta dei Sonderkommando di Auschwitz. L’esito fu un bagno di sangue: in risposta ai tre soldati tedeschi uccisi, gli ufficiali delle SS ordinarono lo sterminio di tutti i ribelli e l’impiccaggione di quattro donne polacche accusate di avere collaborato alla protesta.

Shlomo Venezia durante il ritorno al crematorio di Auschwitz (rai.it)

Sopravvissuto – I Sonderkommando furono introdotti in molti campi di sterminio. Auschwitz-Birkenau, Sobibór, Treblinka, Majdanek e Bełżec sono solamente alcuni esempi. Una pratica che secondo Primo Levi aveva come obiettivo «tentare di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti […] aver concepito ed organizzato i Sonderkommandos è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo». Sono rare le testimonianze di Sonderkommando pervenuteci oggi. Il “peso della colpa”, come lo chiama Primo Levi, è talmente grande da spingere queste persone nell’oblio, tra senso di colpa, vergogna e orrore. La Shoah è stata violenza anche psicologiaca, non solo fisica. Shlomo Venezia è uno dei pochi membri delle unità speciali, sopravvissuto ad Auschwitz-Birkenau, che è riuscito a raccontare la sua esperienza. Ha raccolto le sue testimonianze in un libro (Sonderkommando Auschwitz. Rizzoli, Milano, 2007). Il valore dei suoi ricordi ha spinto Roberto Benigni a scegliere Shlomo Venezia come consulente per il suo capolavoro sull’olocausto “La vita è bella“. L’autore, ebreo di Salonicco, di nazionalità italiana, nel suo testo ammette che la sua anima afflitta non ha mai lasciato realmente il recinto del lager: «Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre nello stesso posto…Non si esce mai, per davvero, dal Crematorio».

Ivano Pasqualino

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– Militari in Zimbabwe: da veterani di guerra a bracconieri di rinoceronti

25 01 2010
Kenya, ranger mostrano corni di rinoceronte sequestrati ai bracconieri (greenreport.it)

Kenya, ranger mostrano corni di rinoceronte sequestrati ai bracconieri (greenreport.it)

HARARE – Innamorati delle armi. Non importa se utilizzate per combattere uomini o catturare animali. I veterani di guerra dello Zimbabwe per anni si sono dati battaglia in un sanguinoso scontro civile fra i due schieramenti: quello di Mugabe, attuale presidente del Paese, contro quello di Tsvangirai, premier del governo in corso. Alla fine è arrivato l’accordo: al primo spetta la guida delle forze armate, al secondo rispondono le forze di polizia. Gli enti di sicurezza dello Zimbabwe sono quindi spaccati, ma quantomeno hanno smesso di sparare. Sugli uomini, si intende. Perché le pallottole che prima venivano esplose contro le persone adesso spettano agli animali. Riporle in uno scaffale, destinandole ad un destino di buio e polvere non sarebbe stato, a loro giudizio, abbastanza glorioso. Soprattutto se con quelle pallottole puoi farci soldi. Molti soldi. Questo è uno dei rischi che si corre quando non si riesce a collocare con efficienza i reduci di guerra: se non ci pensa lo Stato, l’uomo trova sempre un’occupazione fai da te (il più delle volte illecita).

Frode – Corni di rinoceronte. Preziosissimi e ricercati dai collezionisti di tutto il mondo (un recente articolo del sito Tutela Fauna denuncia addirittura l’abbattimento in Sud Africa in un solo giorno di 34 esemplari, numeri da rischio estinzione). I veterani di guerra dello Zimbabwe hanno pensato bene di mettere la loro esperienza bellica (maturata in anni di duri conflitti civili) a servizio dei bracconieri. Con un solo scopo: guadagnare. Il più possibile, dato che gli scontri armati nel Paese (fortunatamente) non pagano più. Ai militari spetta la cattura degli animali. Ai trafficanti la vendita e lo spaccio dei corni. Molti dei veterani, visti i grandi ricavi, sono diventati loro stessi cacciatori e mercanti. Le procedure di cattura sono varie: la più classica consiste nel piantare dei cavoli avvelenati vicino alle fonti d’acqua dove gli animali bevono ogni giorno. Dopo essersi rinfrescati, i rinoceronti mangiano i cavoli e muoiono dopo una lunga agonia “regalando un prezioso bottino di guerra”. Inutile ricordare che la caccia e la vendita dei corni di rinoceronti è illegale. Il governo dello Zimbabwe ha provveduto a collocare delle squadre di ranger per salvaguardare i mammiferi e il loro habitat. La risposta dei veterani-bracconieri è stata imbracciare le armi riposte tempo fa negli armadi. Recenti scontri a fuoco hanno portato alla morte sia di guardie che di cacciatori.

Rinoceronte dopo l'amputazione dei corni da parte dei cacciatori (tutelafauna.it)

Comunità – «Il problema è che i nostri bovini bevono dalla stessa sorgente», ha dichiarato uno dei portavoce più illustri dello Zimbabwe, Nelson Maponga. «Molti animali sono morti oltre ai rinoceronti: questo potrebbe causare gravi problemi per la popolazione». Problemi che vanno dalla mancanza di risorse come carni commestibili, all’avvelenamento delle stesse. Fra le possibili conseguenze rientrano gravi disturbi intestinali alla popolazione, fino ad arrivare alla morte. Maponga ha poi aggiunto che i veterani non si limitano a decimare la fauna: numerosi alberi sono stati abbattuti per poi vendere legna, causando gravi danni alla flora locale. Ci sono reduci che non riescono a fare a meno del rumore degli spari. Soprattutto se non rischi la vita e riempi le tasche.

Ivano Pasqualino





– Terremoto ad Haiti: il video della realtà che si presenterà davanti ai marines

16 01 2010

Superstite si fa largo tra le vittime di un cimitero a cielo aperto (lastampa.it)

HAITI – Appartengo a quella schiera di persone che crede che un’immagine spesso valga più di mille spiegazioni. Per questo ho deciso di pubblicare il video alla fine dell’articolo (link). Il terremoto di Haiti del 12 gennaio impedisce in ogni caso di trovare parole a sufficienza per descrivere le atrocità di un Paese che è letteralmente morto. Haiti non è in ginocchio. Lo era già da molto tempo, essendo la nazione più povera delle Americhe. Haiti ora è distesa, abbattuta, col volto scoperto, in modo che tutti possano guardare quell’orrore con i propri occhi. Ai superstiti delle (almeno) 200mila vittime non è rimasto niente. E il bilancio è destinato a salire. Port-au-Prince è un cimitero a cielo aperto. E alla violenza della natura adesso seguono le barbarie di uno popolo che cerca in ogni modo di soddisfare i suoi bisogni primari, cibo e sicurezza innanzitutto. Bande criminali armate di machete corrono per le strade della capitale haitiana, decise a fare razzia di quel poco che è rimasto. Più di 3.000 detenuti circolano a piede libero a Port-au-Prince dopo il crollo del carcere. Gli sciacalli sono dappertutto, la situazione è fuori controllo. La polizia locale non riesce a gestire il caos e apre il fuoco sui saccheggiatori: un uomo è morto dopo essere stato colpito in fronte da un proiettile, diversi i feriti. Un giornalista della Reuters sostiene persino di aver visto prima un uomo dato alle fiamme da cittadini inferociti che lo avevano sorpreso a rubare, e dopo altri due sciacalli stesi a causa di ferite di arma da fuoco alla testa. E c’è da giurare che presto arriveranno a “sfilare” fra le case distrutte anche i colletti bianchi, con le 24ore cariche di progetti e le bocche piene di belle parole, per approfittare delle disgrazie della gente di Haiti. Il video che segue (dal contenuto piuttosto forte) è tratto da youreporter, e ha come unico scopo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla catastrofe haitiana. La vera domanda è: perché ci interessiamo di questa realtà solo quando è colpita da un cataclisma? Quanti sanno che a Haiti  prima del terremoto, su tre bambini, uno moriva di stenti dopo qualche mese dalla nascita, e quei due che sopravvivevano molto probabilmente venivano venduti al mercato degli schiavi? Haiti era già sepolta da molto tempo, schiacciata dalle macerie dell’indifferenza, distrutta dal disinteresse del mondo prima ancora che dal sisma.

Soldato haitiano perquisisce degli sciacalli (lastampa.it)

Video – Mai nessuno si è interessato ai problemi di Haiti ma, adesso che i riflettori sono accesi, c’è la corsa a “metterci la faccia” per ostentare una solidarietà nella maggior parte dei casi ipocrita. Da questa categoria sono da escludere le associazioni umanitarie che da sempre si battono (spesso senza scopo di lucro) per riportare la vita in luoghi come Haiti dove, il più delle volte, la morte è un’alternativa accettabile agli stenti di ogni giorno.

Il contingente ONU e i marines inviati da Obama a Haiti dovranno capire che, prima di poter dare valore alla morte del Paese, dovranno ridare valore alla sua vita. A differenza dell’Afghanistan, qui il nemico non spara e non si nasconde. Il nemico è semplicemente ovunque. Questo video ne mostra il crudo volto. Per visualizzarlo clicca qui.

Ivano Pasqualino






– Berlusconi in giro con il cappotto della Marina russa: la risposta della Marina italiana

12 01 2010

Berlusconi con il cappotto della marina russa in Provenza (elmundo.es)

ROMA – Delle quattro forze armate della Repubblica Italiana, la Marina militare è senz’altro la più affascinante. La figura del marinaio è da sempre icona di eleganza e disciplina. L’Italia, per la sua posizione geografica, è stata storicamente una delle maggiori potenze europee sui mari. Le repubbliche marinare ne sono una testimonianza, così come le due medaglie d’oro al valore militare che la bandiera navale sfoggia con orgoglio.

Perché allora i marinai e tutti i cittadini italiani devono vedere il proprio presidente del Consiglio andare in giro con il cappotto della Marina russa regalatogli da Putin? Forse la storia della Russia sui mari è superiore a quella della nazione regina del Mediterraneo? Se così fosse, è improbabile che il problema sia da ricercare nell’assenza di regali da parte della Marina italiana al presidente Berlusconi. Per soddisfare tale curiosità, decidiamo di contattare la Marina militare. «Noi non abbiamo i giubbotti da regalare al presidente del Consiglio», ha risposto l’ufficio stampa della forza armata. «A noi non tange, non abbiamo elementi per poter giudicare: magari il presidente del Consiglio avrà avuto contatti direttamente con il ministro La Russa». Peccato che a regalargli il cappotto non sia stato il ministro della Difesa italiano, ma il primo ministro russo Vladimir Putin.

Cappotto – Come fa notare il sito AnnaViva, mercoledì 6 gennaio Berlusconi ha trascorso la giornata passeggiando con la figlia Marina in Provenza e «ancora una volta non ha lesinato la bella mostra del cappotto regalatogli da Vladimir Putin recante sul petto l’aquila bicipite, simbolo dell’autocrazia del Cremlino». La scena si è ripetuta sei giorni dopo: Berlusconi è ritornato al Quirinale, dopo l’aggressione subita da Massimo Tartaglia, con addosso il solito cappotto nero della Marina russa.

Una volta bastava una bella stretta di mano davanti alle telecamere per sancire alleanze politiche e militari, magari seguite da qualche accordo sottovoce nelle stanze del potere. Perché ostentare tale esposizione di simboli di una nazione già solidamente vicina all’Italia? Non sarebbe meglio un cappotto di Medici Senza Frontiere, della Croce Rossa Italiana o semplicemente con il nostro tricolore? Non c’è da sorprendersi allora quando la gente avverte l’identità nazionale solo quando si vincono i Mondiali di calcio.

Ivano Pasqualino





– Capodanno di sangue in Pakistan, kamikaze provoca 88 vittime

1 01 2010

Un edificio crollato a Karachi nell'attentato di lunedì 28 dicembre (reuters)

LAKKI MARWAT – Il primo di gennaio è da sempre giorno di festa dovunque. I fuochi d’artificio accendono la notte sopra il Cremlino a Mosca, la Torre Eiffel diventa un raggio di luce nel cuore di Parigi, il countdown di Times Square è ripreso e seguito da milioni di persone a New York. Ma nel mondo non tutte le esplosioni di questi giorni sono stati botti di Capodanno commemorativi. A Lakki Marwat, nelle zone tribali nord-occidentali del Pakistan, 88 persone hanno perso la vita venerdì 1 gennaio a causa di un attentato compiuto da un kamikaze. Decine le persone rimaste ferite. Il terrorista si è fatto esplodere nel mezzo di un centro sportivo durante una partita di pallavolo fra squadre locali. All’incontro stavano assistendo circa 200 spettatori. L’esplosione ha provocato  il crollo di una ventina di case vicine al campo di gioco, intrappolando abitanti e passanti sotto le macerie. Le autorità locali hanno addossato la responsabilità dell’attacco ai talebani: Lakki Marwat si trova nella turbolenta area della North West Frontier, al confine con l’Afghanistan, ed è considerata la roccaforte di Al Qaeda e dei taleban pakistani. Nonostante i recenti atti terroristici (l’ultimo, lunedì 28 dicembre, ad opera di un kamikaze, aveva causato 43 morti durante una processione religiosa sciita), l’attentato è arrivato nel giorno in cui a Karachi, capitale commerciale del Pakistan, sono sospese tutte le attività: politici e religiosi avevano infatti indetto uno sciopero per protestare contro l’ondata di violenza che da ottobre a dicembre 2009 ha causato centinaia di vittime.

Sepolti – «Sembra si tratti di un attentato suicida, stiamo portando via la gente sepolta sotto le macerie dei tetti crollati», ha spiegato alla Reuters il capo della polizia locale, Ayub Khan. Il kamikaze, a bordo di un pick-up imbottito di esplosivo, «si è scagliato contro un campo di pallavolo e si è fatto esplodere mentre era in corso una partita». Queste le uniche dichiarazioni da parte di funzionari ufficiali riguardo l’attentato. Le forze dell’ordine hanno arrestato 18 persone dopo i moti scoppiati a causati dell’attentato: le agitazioni hanno provocato danni per circa 250 milioni di euro per via dei centinaia di negozi distrutti.

Il presidente pakistano Zardari assieme alla moglie assassinata Benazir Bhutto (flickr)

Autorità – Nonostante i numerosi appelli e impegni per ristabilire la pace nel Paese, il presidente pakistano Asif Ali Zardari (vedovo di Benazir Bhutto) non è ancora riuscito a sconfiggere Al Qaeda e i talebani. Zardari vive un momento molto delicato, dato che le imputazioni per corruzione contro alcuni dei suoi consiglieri potrebbero essere riprese. Intanto l’Onu ha ritirato una parte del personale dal Pakistan, come ha reso noto ieri una portavoce delle Nazioni Unite. L’allarme per nuovi attentati rimane ancora molto alto. Un inizio anno decisamente in salita per un Paese da anni vittima della guerra.

Ivano Pasqualino