– Protesta in Libia il 17 febbraio, Gheddafi preoccupato convoca giornalisti

9 02 2011

Muhammar Gheddafi, 69 anni (abasto)

MILANO – Gheddafi è tra due fuochi. E ora ha paura di scottarsi. Il vento di protesta che attraversa Egitto e Tunisia potrebbe raggiungere la Libia, rimasta estranea in questi mesi all’onda rivoluzionaria dei Paesi del Mediterraneo. Il quotidiano AlSharq Al-Awsat, principale giornale arabo internazionale con sede a Londra, rivela che gruppi libici di opposizione hanno proclamato via web la «Giornata della collera» per giovedì 17 febbraio. Una protesta che vedrà in prima linea gli studenti, a cui il colonnello Muhammar Gheddafi si è rivolto nelle sue ultime riunioni.

La notizia ha messo in agitazione il governo di Tripoli. Gheddafi starebbe convocando da tre giorni giornalisti e politici locali per fare il punto della situazione. Secondo il sito del giornale Libya al-Youm, il colonnello «ha espresso preoccupazioni per la protesta, paventando i rischi connessi a una situazione di caos che potrebbe scatenarsi nel Paese».

Ivano Pasqualino

(articolo pubblicato anche sulla testata La Sestina)

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– Il Sud Sudan ottiene l’indipendenza, nascerà a luglio il 54esimo Stato africano

8 02 2011

Salva Kiir, 59enne di etnia dinka, sarà il capo del Sud Sudan (Wikimedia)

MILANO – Stati confinanti, eppure mai così lontani. Mentre l’Egitto è in crisi, il vicino Sudan si gode la sua «alba nuova», come l’ha definita il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Con il 98,83% di voti a favore, il popolo del Sud Sudan ha scelto l’indipendenza dal nord. Una divisione pacifica, con un plebiscito arrivato dopo due settimane di referendum (dal 9 al 15 gennaio) e un mese di conteggi con verifica dei voti.

Il capo della nuova nazione sarà Salva Kiir, 59enne di etnia dinka, appassionato di cappelli da cow-boy (ne conserva gelosamente uno regalatogli da George W. Bush). Il Sud Sudan sarà proclamato ufficialmente il 54esimo Stato dell’Africa il prossimo luglio.

Anche se restano le questioni spinose ancora da risolvere, come la divisione del petrolio (gli oleodotti sono a nord, i pozzi a sud) e le decisioni definitive sulle aree di confine. Nella neo-capitale Giuba sono comunque giorni di festa. Il coro che si alza dalla popolazione non poteva che essere il nuovo inno sud-sudanese. Un testo scritto da 49 poeti e intonato da un gruppo di studenti: «Oh neri guerrieri, alziamoci in silenzioso rispetto, salutando milioni di martiri che hanno cementato con il loro sangue le fondamenta della nazione».  Nel video l’inno nazionale del Sud Sudan, con l’immagine della bandiera adottata dal nuovo Stato africano.

Ivano Pasqualino

(articolo pubblicato anche sulla testata La Sestina)





– Militari in Zimbabwe: da veterani di guerra a bracconieri di rinoceronti

25 01 2010
Kenya, ranger mostrano corni di rinoceronte sequestrati ai bracconieri (greenreport.it)

Kenya, ranger mostrano corni di rinoceronte sequestrati ai bracconieri (greenreport.it)

HARARE – Innamorati delle armi. Non importa se utilizzate per combattere uomini o catturare animali. I veterani di guerra dello Zimbabwe per anni si sono dati battaglia in un sanguinoso scontro civile fra i due schieramenti: quello di Mugabe, attuale presidente del Paese, contro quello di Tsvangirai, premier del governo in corso. Alla fine è arrivato l’accordo: al primo spetta la guida delle forze armate, al secondo rispondono le forze di polizia. Gli enti di sicurezza dello Zimbabwe sono quindi spaccati, ma quantomeno hanno smesso di sparare. Sugli uomini, si intende. Perché le pallottole che prima venivano esplose contro le persone adesso spettano agli animali. Riporle in uno scaffale, destinandole ad un destino di buio e polvere non sarebbe stato, a loro giudizio, abbastanza glorioso. Soprattutto se con quelle pallottole puoi farci soldi. Molti soldi. Questo è uno dei rischi che si corre quando non si riesce a collocare con efficienza i reduci di guerra: se non ci pensa lo Stato, l’uomo trova sempre un’occupazione fai da te (il più delle volte illecita).

Frode – Corni di rinoceronte. Preziosissimi e ricercati dai collezionisti di tutto il mondo (un recente articolo del sito Tutela Fauna denuncia addirittura l’abbattimento in Sud Africa in un solo giorno di 34 esemplari, numeri da rischio estinzione). I veterani di guerra dello Zimbabwe hanno pensato bene di mettere la loro esperienza bellica (maturata in anni di duri conflitti civili) a servizio dei bracconieri. Con un solo scopo: guadagnare. Il più possibile, dato che gli scontri armati nel Paese (fortunatamente) non pagano più. Ai militari spetta la cattura degli animali. Ai trafficanti la vendita e lo spaccio dei corni. Molti dei veterani, visti i grandi ricavi, sono diventati loro stessi cacciatori e mercanti. Le procedure di cattura sono varie: la più classica consiste nel piantare dei cavoli avvelenati vicino alle fonti d’acqua dove gli animali bevono ogni giorno. Dopo essersi rinfrescati, i rinoceronti mangiano i cavoli e muoiono dopo una lunga agonia “regalando un prezioso bottino di guerra”. Inutile ricordare che la caccia e la vendita dei corni di rinoceronti è illegale. Il governo dello Zimbabwe ha provveduto a collocare delle squadre di ranger per salvaguardare i mammiferi e il loro habitat. La risposta dei veterani-bracconieri è stata imbracciare le armi riposte tempo fa negli armadi. Recenti scontri a fuoco hanno portato alla morte sia di guardie che di cacciatori.

Rinoceronte dopo l'amputazione dei corni da parte dei cacciatori (tutelafauna.it)

Comunità – «Il problema è che i nostri bovini bevono dalla stessa sorgente», ha dichiarato uno dei portavoce più illustri dello Zimbabwe, Nelson Maponga. «Molti animali sono morti oltre ai rinoceronti: questo potrebbe causare gravi problemi per la popolazione». Problemi che vanno dalla mancanza di risorse come carni commestibili, all’avvelenamento delle stesse. Fra le possibili conseguenze rientrano gravi disturbi intestinali alla popolazione, fino ad arrivare alla morte. Maponga ha poi aggiunto che i veterani non si limitano a decimare la fauna: numerosi alberi sono stati abbattuti per poi vendere legna, causando gravi danni alla flora locale. Ci sono reduci che non riescono a fare a meno del rumore degli spari. Soprattutto se non rischi la vita e riempi le tasche.

Ivano Pasqualino





– Nuova “fuga per la vittoria”, scomparsi calciatori dell’Eritrea

28 12 2009

La partita della lega Cecafa fra Eritrea e Tanzania (nazret.com)

NAIROBI – Il copione assomiglia al celebre capolavoro americano “Fuga per la vittoria”. Anche se mancavano Pelé e Sylvester Stallone, a Nairobi lo scorso 8 dicembre si è giocata una partita che andava ben oltre lo sport. A dodici calciatori dell’Eritrea non interessava vincere sul campo contro la Tanzania, ma sconfiggere il regime che nega loro ogni forma di libertà. Come? Non presentandosi all’aeroporto che avrebbe dovuto rimpatriarli in seguito alla gara della lega Cecafa (persa infine per 4-0). I dodici giocatori hanno fatto perdere completamente le proprie tracce, ospiti di amici, parenti o altri dissidenti che hanno lasciato l’Eritrea, il Paese più repressivo di tutta l’Africa, per rifugiarsi nella capitale keniota. È la terza volta che la nazionale eritrea, invitata a qualche competizione internazionale, rifiuta di tornare in patria.

Diaspora – «Non è una buona notizia per l’Eritrea, ma comunque se decideranno di rientrare in patria riceveranno un caloroso benvenuto». Ha commentato così la fuga, ai microfoni della Bbc, il ministro dell’Informazione eritreo Ali Abdu, che ha poi aggiunto: «Nonostante l’abbiano tradita, questa resta la loro casa dove possono tranquillamente vivere e lavorare». Non è dello stesso parere la comunità della diaspora eritrea in Kenya, composta da dissidenti fuggiti dal regime: «Chi torna in Eritrea finisce direttamente in galera o in un campo di rieducazione», racconta Ghirmai, uno dei tanti uomini scappati. «Il regime non perdona, molti di noi sono fuggiti per non finire uccisi o torturati».

Il presidente dell'Eritrea, Isaias Afewerki (wikipedia)

Libertà – In Eritrea nessuno aveva dato la notizia della scomparsa dei dodici calciatori. Il regime di Asmara, con a capo il dittatore Isaias Afewerki, aveva persino negato la fuga. Attualmente l’Eritrea occupa l’ultimo posto nella classifica della libertà di stampa in Africa. Nel Paese non esistono giornali liberi e cronisti indipendenti da minacce o pressioni politiche (come dimostra l’isolamento in cella da più di 8 anni del giornalista Dawit Isaak). Gli unici organi di stampa “legali” sono quelli controllati dal regime. In Eritrea non esiste neanche una costituzione. Sono vietati i partiti politici e tutti devono sostenere un servizio militare dalla durata illimitata. L’ossessione verso le idee rivoluzionarie o di opposizione è talmente grande che porta i dirigenti del regime a vedere spie e traditori dovunque. Il 18 settembre 2001, ad esempio, sono stati arrestati ministri e altri funzionari del governo perché avevano “osato” criticare la mancanza di libertà, chiedendo per il Paese una maggiore democrazia e giustizia. Risultato: accusati di tradimento, arrestati e condotti in un gulag senza lasciare alcuna traccia.

Ivano Pasqualino





– In Eritrea la libertà costa più di 3000 giorni di carcere

10 12 2009

Dawit Isaak, giornalista svedese-eritreo in cella di isolamento da 8 anni (flickr)

ASMARA – Ancora una volta la classifica stilata dall’organizzazione Reporters sans Frontieres non sbaglia. In cima alla classifica 2009 dei Paesi con il maggior numero di giornalisti in prigione si trova l’Eritrea, nonostante sia fra gli Stati meno popolati al mondo (113° posto con 5milioni di abitanti). La libertà di stampa risulta essere una delle più grandi piaghe del continente africano, dove numerosi problemi vengono spesso insabbiati dall’assenza di un’informazione adeguata. Mancanza che trova conferma nei 3mila giorni di isolamento a cui è ancora oggi sottoposto il giornalista svedese-eritreo Dawit Isaak: il reporter classe ’64 è stato arrestato a Asmara il 23 settembre 2001 in seguito alla sua battaglia in difesa della libertà di parola in Eritrea. Attraverso le pagine del giornale indipendente Setit, da lui stesso fondato nel 1996, Isaak denunciava il silenzio a cui è costretta la popolazione eritrea. In questi otto anni di prigionia, il cronista non è mai uscito dalla propria cella e non ha mai ricevuto alcuna visita, né da familiari né dai propri legali. Il governo eritreo non ha rilasciato alcuna informazione circa lo stato di salute del giornalista.

Manifesto in favore della liberazione di Isaak (Wikipedia)

Europa – Isaak è l’unico prigioniero di coscienza con cittadinanza europea (prigioniero di coscienza è un termine coniato dall’organizzazione Amnesty International che si riferisce a chiunque venga imprigionato semplicemente in base ad alcune caratteristiche come razza, religione, lingua, orientamento sessuale, credo politico, senza quindi aver usato o invocato l’uso della violenza). Il giornalista è diventato ufficialmente un cittadino svedese nel 1992, dopo aver chiesto asilo nel 1987. «È terribile che sia ancora in prigione», ha affermato Jesper Bengtsson, presidente della sezione svedese di Reporters sans Frontieres. «Non riesco a credere che il governo della Svezia non si stia impegnando ulteriormente per il suo rilascio». Stoccolma ha intanto onorato Isaak il 9 dicembre 2009 con una manifestazione fuori dalle porte della città. Lo scopo: sensibilizzare l’opinione pubblica e il Parlamento Europeo sul caso del giornalista in isolamento. Nonostante gli otto anni passati a dormire in cella, Isaak avrà di certo ancora la schiena dritta.

Ivano Pasqualino