– Iran, la Nazionale femminile vince il match principale: quello contro il velo

6 05 2010

Calciatrici iraniane costrette a giocare con il corpo interamente coperto (ordoesitexplode.com)

TEHERAN – Una giocatrice iraniana la vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. Ma anche dal velo. No, non è la nuova canzone di Francesco De Gregori. È la condizione in cui sono costrette a scendere in campo le calciatrici della nazionale dell’Iran. Capo completamente coperto. Corpo senza il minimo lembo di pelle in evidenza, ad esclusione di mani e viso. Come se una partita di calcio fosse il pretesto per sbirciare qualche corpo semi-nudo. Ma forse uno spiraglio di luce (e di speranza) può ancora passare attraverso il velo.

Classe – Ma ve la immaginate? Shahla è una ragazza iraniana di 23 anni. Si riunisce tre volte alla settimana, su un prato verde, insieme a 21 amiche e a un pallone da calcio. Un’occasione rara per respirare sport e libertà. Sulle spalle una maglia bianca con un numero, il 10. E nel cassetto un sogno: imitare le giocate dei campioni europei come Beckham e Baggio. Ma la tuta integrale che è costretta a portare la limita nei movimenti. Il velo disturba la visuale quando punta la porta avversaria. Per non parlare del caldo asfissiante che toglie il respiro. All’ennesimo pallone sbagliato, la ragazza decide di dribblare i divieti imposti dai fondamentalisti islamici.

Compromesso – La storia (inventata) di Shahla è uno dei tanti esempi che hanno portato la Federcalcio iraniana a cercare un compromesso con la Fifa sulla divisa da indossare in campo. La nazionale femminile è stata invitata a partecipare ai prossimi Giochi olimpici di Singapore, in programma ad agosto. Ma il velo non sarà consentito, pena l’esclusione. Le due federazioni  hanno trovato una soluzione: le giocatrici potranno usare, al posto del velo, «una cuffia che copra la testa fino all’attaccatura dei capelli, senza scendere sotto le orecchie e senza coprire il collo».

Ma le calciatrici non devono comunque allarmarsi. Come canta De Gregori, «non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore»

Ivano Pasqualino

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– Altro che James Bond. Un venditore ambulante ha salvato New York

5 05 2010

Lance Orton, 57 anni, circondato dai cronisti vicino Broadway (nydailynews.com)

NEW YORK – Non la CIA. Non la FBI. Nessun agente segreto in stile 007. A salvare il centro di New York il 1° maggio dall’autobomba di Shahzad Faisal è stato un venditore ambulante. Il suo nome è Lance Orton, americano di 57 anni, reduce del Vietnam, tornato dal fronte con pochi soldi e molte ferite. Una di queste lo costringe a zoppicare. Dai primi anni ’80 trascina a fatica un carrello per gli incroci di Times Square. Provando ogni giorno a vendere t-shirt, borse false, orologi taroccati, persino preservativi con la faccia di Obama. Per decenni è rimasto uno dei tanti venditori “invisibili” che si incontrano per strada nelle grandi metropoli. Dopo aver comprato un souvenir, tutti dimenticano presto il suo volto. Ma da quella segnalazione a un poliziotto, la sua vita è cambiata. Altro che invisibile: adesso per fare una foto con Lance c’è una fila di mezz’ora. È lui la vera attrazione di Times Square in questi giorni. Per Hollywood potrebbe essere Dustin Hoffman nel film “Eroe per caso”. Per i media americani è «l’ambulante che ha salvato New York». Un attentato nel cuore della città avrebbe infatti costituito un danno di immagine enorme per gli Stati Uniti. Il segreto di Lance per combattere il terrorismo? Lo rivela lui stesso: «Se vedi qualcosa, dici subito qualcosa».

Cittadini Anche il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha tenuto a precisare che «l’attentato di Times Square è stato sventato grazie all’azione di comuni cittadini vigilanti». Lance si era insospettito quando Faisal, il terrorista “fai da te”, aveva parcheggiato il Suv (imbottito di esplosivi) proprio vicino a lui. «Ho subito pensato: ma chi cavolo posteggia qui, in sosta vietata, proprio davanti alla mia bancarella? Coi lampeggianti, il motore acceso e nessuno a bordo, in piena Times Square?», ha raccontato il venditore ambulante ai cronisti. «Mi avvicino al finestrino, noto un grappolo di chiavi nel cruscotto. Poi vedo del fumo che esce dal finestrino di dietro. Non perdo un istante e chiamo subito un poliziotto a cavallo». Uno dei tanti agenti (spesso sovrappeso) che girano superbi per il centro di New York, più avvezzi ai sorrisi per le foto dei turisti che alle sparatorie nel Bronx. L’esatto opposto di come li abbiamo sempre visti in tv. Lance invece non gradisce i flash dei fotografi. «Adesso sono stanco», ha borbottato all’ennesimo curioso che si avvicinava. Ora ha un solo desiderio: essere di nuovo invisibile. Perché anche i supereroi, quando si tolgono il costume, tornano a essere persone comuni.

Ivano Pasqualino





– Non ci sono più i terroristi di una volta

4 05 2010

Shahzad Faisal, terrorista improvvisato nel cuore di New York (repubblica.it)

NEW YORK – «Ho agito da solo». E ne va pure fiero Shahzad Faisal, 30 anni, americano di origini pakistane, autore del fallito attentato lo scorso 1 maggio a Times Square (New York). L’uomo è analista finanziario, figlio di un ufficiale in pensione dell’esercito pakistano. Dopo l’addestranento come terrorista a Waziristan (Pakistan), aveva provato a far saltare il suo Suv, una Nissan di seconda mano imbottita di esplosivi, nel centro di New York, nella celebre Times Square. «Puntava a uccidere più americani possibili in uno dei posti più affollati del nostro Paese», ha dichiarato il ministro della Giustizia Usa, Eric Holder. «Ha tentato di usare un’arma di distruzione di massa, pertanto verrà incriminato in base alla legge contro il terrorismo».

Bomba – Abbandonato il veicolo con i segnalatori di direzione lampeggianti, Faisal si era allontanato in modo rapido e sospetto sotto gli occhi di telecamere e passanti. Il comportamento bizzarro non è sfuggito agli agenti presenti sul luogo, che avevano già notato del fumo fuoriuscire dalla macchina. Gli esplosivi, costituiti da propano e fuochi d’artificio, sono stati subito disinnescati.

Indizi – Risalire al terrorista “fai da te” è stato semplice. Il pakistano con passaporto americano ha infatti lasciato dietro di sé numerose prove schiaccianti. Aveva acquistato il Suv a suo nome da un rivenditore di macchine usate. Aveva lasciato sul portellone della vettura un adesivo di un salone d’automobili del Connecticut (Stato in cui risiede). Aveva mandato una mail alla rivenditrice della Nissan contente il suo vero numero di cellulare. Aveva guidato senza guanti, lasciando quindi impronte digitali in qualunque parte dell’abitacolo. Infine, la fuga dagli Stati Uniti: la polizia l’ha arrestato mentre tentava di imbarcarsi per un volo destinazione Dubai. Una volta la chiamavano coda di paglia. Chissà cosa penserà di Faisal, lì fra le montagne dell’Afghanistan, Osama Bin Laden. Il suo aspirante terrorista è stato arrestato in soli due giorni e cinque ore dall’identificazione. Un record (negativo) nel ramo del terrorismo. Come si legge su Corriere.it, «non potendo inviare veri mujaheddin, i gruppi estremisti ricorrono a militanti dal profilo “basso”. Ossia terroristi già presenti in Occidente e non troppo esperti nel maneggiare gli esplosivi. Se riescono, offrono loro brevi periodi di training e poi lasciano che il militante si aggiorni via Internet o con le informazioni inviate dai complici. Questo spiega i ripetuti errori compiuti nella preparazione degli ordigni come nell’esecuzione dove lasciano un gran numero di tracce». I terroristi di una volta (per fortuna) non esistono più (?).

Ivano Pasqualino