– Avatar è una metafora della strategia militare americana. Scopriamo perché

10 03 2010

La locandina del film

Metafore –  L’ho pensato subito. Non erano ancora passati neanche 20 dei 162 minuti previsti dal regista James Cameron per il suo kolossal fantascientifico. E io avevo già salda in mente la mia interpretazione del film: Avatar è una metafora della strategia militare usata dagli Stati Uniti nel corso della loro storia. Una storia attraversata da un filo rosso: l’invasione di territori stranieri per appropriarsi delle loro risorse. James Cameron probabilmente ha voluto inserire nel suo film diversi indizi che trasmettessero questo messaggio. I collegamenti sono immediati. Vediamone alcuni insieme:

Il pianeta Pandora

1) Unobtanium = petrolio. RDA è una compagnia interplanetaria militare degli Stati Uniti. Il suo scopo: estrarre dal sottosuolo di Pandora il prezioso minerale unobtanium. Il cristallo è l’unica risorsa capace di risolvere i gravi problemi energetici che assillano la Terra nel 2154. Unico problema sono i Na’vi, umanoidi che vivono pacificamente su Pandora in simbiosi con la fauna e la flora del pianeta. La compagnia militare decide di escludere la via diplomatica e invade i territori dei Na’vi per estrarre il prezioso minerale. Gli umanoidi che si opporranno per proteggere il proprio pianeta verranno uccisi, senza tanti complimenti. La RDA è chiaramente l’esercito americano, i Na’vi rappresentano gli abitanti invasi nel corso della storia dagli Usa a caccia di petrolio: Na’vi sono abitanti dell’Iraq, dell’Afghanistan, del Kuwait. Anche in passato la storia era la stessa: nel vecchio Far West i cowboys cacciarono gli indiani dalle riserve per appropriarsi dei loro preziosi territori, colmi di risorse importanti come le miniere d’oro. «Historia magistra vitae», recitava saggiamente Cicerone.

Gli elicotteri della RDA aprono il fuoco sui Na'vi

2) Pandora = Iraq. Segue dal punto precedente. Al centro di Pandora risiede il prezioso minerale unobtanium, fondamentale per la RDA. Nel sottosuolo di Iraq e Kuwait (prendiamo questi due come esempio) giace l’oro nero, per il quale da anni gli Usa escogitano pretesti di guerra come «portare la democrazia» o «scovare le armi di distruzione di massa». Inoltre il nome Pandora rimanda al famoso vaso che conteneva al suo interno tutti mali del mondo. Dentro Pandora, come nel cuore di Iraq e Kuwait, risiede la causa di tante vittime e sofferenze.

Le uniche armi dei Na'vi: arco e frecce

3) RDA = Usa e Na’vi = nativi. Il punto 1 e 2 basterebbero a spiegare la metafora del film. Ma c’è dell’altro. La RDA rifiuta la via diplomatica, troppo lunga e rischiosa. Preferisce imbracciare le armi per arrivare prima all’ unobtanium. Recentemente anche Obama, insignito del premio Nobel per la Pace, ha lanciato la sua prima grande offensiva contro i talebani nella provincia di Helmand, impiegando i 30mila soldati mandati come rinforzo del contingente in Afghanistan. La RDA opera con strumenti altamente sofisticati. Armi e tecnologie all’avanguardia, contro le quali poco possono gli archi e le frecce dei Na’vi. Oggi i palestinesi sono conosciuti in tutto il mondo per l’intifada: respingere i carri d’Israele (alleato Usa) solo con le pietre. Inutile dire che nel film i Na’vi, abitanti di paesaggi incontaminati, vedono calpestata qualunque loro usanza o tradizione. Inutile sottolineare che i Na’vi non attaccano mai, se non per difendere se stessi e il proprio territorio. Inutile aggiungere che la popolazione Na’vi sarà decimata nel corso del film.

Pandora distrutta dalla non curanza della RDA

4) Albero casa = politiche ambientali. La RDA non si preoccupa minimamente dei danni provocati all’ecosistema di Pandora. L’abbattimento dell’albero-casa, dimora dei Na’vi, ne è l’esempio lampante. Gli Stati Uniti non aderirono al protocollo di Kyoto a favore della salute del pianeta Terra. Inoltre Obama non è riuscito a dare peso e valore alla recente conferenza di Copenaghen.

Guerriero e sacerdote Na'vi

5) Religione Na’vi = religione islamica. I Na’vi sono legati da un patto di vita con la propria religione, pronti a combattere e a morire per difenderla. Gli estremisti islamici sono capaci di sacrificare la loro esistenza (spesso con gesti estremi e terroristici) in nome del proprio culto.

Ci sarebbero altre prove a supporto della tesi, anche se meno evidenti di quelle sopraelencate. Di certo guardare Avatar superficialmente non permette di cogliere questi aspetti. Significherebbe non cogliere il messaggio di Cameron e non apprezzare a sufficienza il suo lavoro. Anche se gli sono sfuggiti gli Oscar come miglior regia e miglior film (andati alla sua ex-moglie, Kathryn Bigelow, con il film “The Hurt Locker“), Avatar si è comunque aggiudicato tre premi ufficiali, più un quarto non ufficiale: migliori effetti speciali, migliore scenografia, migliore fotografia…e migliore metafora.

Ivano Pasqualino

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– La protesta dell’ultimo reduce americano della 1° guerra mondiale

1 02 2010

Frank Buckles, 109 anni, veterano americano della 1° guerra mondiale (google)

WASHINGTON – A 109 anni ha ancora la forza di farsi sentire. In particolar modo oggi, 1 febbraio, giorno del suo compleanno. Frank Buckles (pagina wikipedia),  unico soldato americano della Grande Guerra ancora in vita, ha un’ultima missione da compiere prima di “rinfoderare l’arma”. Attraverso la Fondazione Memoriale della Prima guerra mondiale (di cui è presidente), il veterano è impegnato nel tentativo di ottenere la costruzione di un monumento commemorativo negli Stati Uniti in onore dei 4.734.991 soldati statunitensi che parteciparono al primo conflitto mondiale, con una dedica speciale ai 116.561 che persero la vita.

Il celebre zio Sam della locandina “I want you” (clicca qui per scoprirla) sarebbe fiero di Buckles: nato a Bethany nel 1901, appena sedicenne Frank era già disposto a fare carte false pur di essere arruolato. Nonostante la minore età, riuscì a entrare nell’esercito americano escludendo il controllo anagrafico al momento del reclutamento. A causa della sua corporatura esile venne escluso dal Corpo dei Marines. Fu così assegnato ai servizi automobilistici, con l’incarico di trasportare militari e feriti nelle zone di guerra (soprattutto in Inghilterra e Francia). Una curiosità: per dare un’idea della longevità di questo veterano, basti pensare che nel 1917, per aggregarsi all’esercito americano, raggiunse l’Europa a bordo della RMS Carpathia, la stessa nave che cinque anni prima aveva recuperato i sopravvissuti del naufragio del Titanic.

Buckles affrontò la Seconda guerra mondiale da civile. Ma ne rimase comunque segnato: conobbe personalmente Adolf Hitler e fu catturato dai giapponesi in quanto americano. Trascorse così tre anni di prigionia nel campo di Los Banos, in California. Una volta liberato, si sposò e decise di stabilirsi negli Stati Uniti.

Frank Buckles a 16 anni: era appena stato reclutato falsando la propria età (google)

Memoria – Oggi Buckles non ha smesso di essere un uomo combattivo. Quantomeno nell’animo, sempre deciso e determinato nel conseguimento dei propri obiettivi. Ancor di più oggi, giorno del suo 109° compleanno, festeggiato nella calma della sua casa di Charles Town. È arrivata così una nuova proposta sull’erezione di un monumento in onore dei caduti americani della Prima guerra mondiale. Dopo l’idea iniziale di costruire nel Distretto di Columbia, in una zona verde ricca di boschi, lo scorso dicembre è arrivata una nuova proposta da parte del “Doughboy” (nome utilizzato per le truppe americane durante il primo conflitto mondiale): collocare il monumento a Kansas City, nel Missouri. Il Congresso legislativo americano, incaricato dell’eventuale approvazione, non si è ancora espresso. A chi gli chiede il segreto di una vita così lunga, lui risponde «sincerità, speranza e quiete». E aggiunge ai microfoni della CNN, nonostante la sua età longeva, che «il tempo per me è passato molto velocemente, ho fatto tantissime cose negli ultimi 90 anni».

Ivano Pasqualino





– Nessuna lettera da Obama per i militari suicidi

30 11 2009

Chancellor A. Keesling, 25 anni, soldato americano suicida in Iraq (Google)

WASHINGTON – Joker: «Quelle sono cartucce cariche?!» Palla di lardo:«Sette e 62, blindatissime…Full Metal Jacket!» Joker: «Se Hartman viene e ci trova qui dentro, finiamo tutti e due in un mare di merda» Palla di lardo: «Io ci sono già nella merda…».

Il seguito della scena del film di Kubrick è nota a tutti: Palla di lardo uccide il Sergente Hartman con un colpo di fucile per poi suicidarsi con lo stesso M14. Il racconto di un dramma che nel 1897, dodici anni dopo la fine della guerra del Vietnam, sconvolse intere generazioni. Eppure sembra che ci sia ancora qualcuno indifferente ai problemi psicologici dei soldati in guerra. O, quantomeno, fa una netta distinzione fra i soldati uccisi da armi nemiche e quelli che decidono di levarsi la vita poiché non reggono l’ansia di vivere in un contesto di guerra. A sorprendere sarà il nome dell’uomo in questione: la “sentinella” del mondo, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. La Casa Bianca non invierà alcuna lettera di conforto alle famiglie dei 140 militari che, tra gennaio e ottobre 2009, dall’Iraq fino all’Afghanistan, hanno deciso di suicidarsi mentre si trovavano al fronte indossando una mimetica a stelle e strisce. È dai tempi della guerra di secessione che i Presidenti americani, partendo da Abramo Lincoln, scrivono di proprio pugno le missive per confortare i familiari dei deceduti in guerra. In questo modo mandano un segnale forte della presenza della Nazione , che onora e ricorda degnamente i suoi “fratelli d’arme”. Che adesso tanto fratelli non sembrano più se non meritano neanche una lettera di cordoglio.

Stress – La storia del soldato Chancellor Arsenio Keesling rispecchia in pieno l’argomento. Il riservista fu chiamato per la prima volta in Iraq sei anni fa, ma fu rispedito a casa dopo  che gli era stato diagnosticato il DPTS, un disturbo post traumatico da stress. Per il soldato Chancellor vivere quotidianamente a stretto contatto con gli orrori della guerra era psicologicamente insostenibile. Torna allora a casa in Indianapolis, ma nel 2006 l’esercito “a corto di militari” decide di richiamarlo. Inizialmente il riservista rifiuta l’incarico, ma «si convince presto che la sua presenza sul fronte è importante», racconta il padre di Chancellor. «Ripeteva che il suo dovere era quello di difendere il Paese», spiega con orgoglio il genitore prima di vedere il proprio figlio partire per sempre per l’Iraq, dove verrà rimpiegato il 27 maggio 2009. Qui si suiciderà con la sua carabina M4 meno di un mese dopo (19 giugno 2009). Diciassette ore prima del folle gesto aveva informato i genitori delle sue intenzioni. La famiglia provò ad allertare la base americana di Baghdad del pericolo, ma non riuscirono a comunicare con nessuno. Qualcuno adesso accusa gli apparati militari americani di negligenza e ignoranza, soprattutto in seguito alla dichiarazione di Obama che annuncia rinforzi in Afghanistan (30mila militari statunitensi, più 10mila soldati alleati). In ogni caso, una cosa è certa: il caso Chancellor era una tragedia annunciata.

Madre – «Nostro figlio, come tanti altri, ha sacrificato la sua giovane vita per gli Stati Uniti d’America ed è giusto che gli venga riconosciuto» spiega la signora Keesling, madre del soldato Chancellor, in un’intervista rilasciata all’organizzazione Democracy Now. «Chiediamo al Presidente Obama di rivedere questa terribile prassi, poche parole ci aiuterebbero ad andare avanti». Ma al momento la Casa Bianca rimane ferma sulla sua decisione: «L’Amministrazione sta prendendo in considerazione il problema delle lettere di condoglianza alle famiglie dei ragazzi che si sono tolti la vita», ha dichiarato il portavoce Tom Vietor. «Il Presidente è vicino con pensieri e preghiere a tutti coloro che hanno perso i loro cari in guerra». A poche settimane dalla sparatoria del Maggiore Malik Hasan a Fort Hood in Texas (13 persone persero la vita), l’America di Obama si risveglia con un’altra angosciante storia militare da affrontare.

Nel 1862 Abramo Lincoln scriveva ai familiari dei soldati americani caduti sul fronte: «Con queste righe vorrei portarvi un po’ di sollievo, anche se il conforto totale non è possibile perché solo il tempo potrà aiutarvi». Oggi nel 2009 discutiamo ancora se un ragazzo suicida sia o no un morto meritevole di una lettera con l’autografo di Obama.

Ivano Pasqualino