– Berlusconi in giro con il cappotto della Marina russa: la risposta della Marina italiana

12 01 2010

Berlusconi con il cappotto della marina russa in Provenza (elmundo.es)

ROMA – Delle quattro forze armate della Repubblica Italiana, la Marina militare è senz’altro la più affascinante. La figura del marinaio è da sempre icona di eleganza e disciplina. L’Italia, per la sua posizione geografica, è stata storicamente una delle maggiori potenze europee sui mari. Le repubbliche marinare ne sono una testimonianza, così come le due medaglie d’oro al valore militare che la bandiera navale sfoggia con orgoglio.

Perché allora i marinai e tutti i cittadini italiani devono vedere il proprio presidente del Consiglio andare in giro con il cappotto della Marina russa regalatogli da Putin? Forse la storia della Russia sui mari è superiore a quella della nazione regina del Mediterraneo? Se così fosse, è improbabile che il problema sia da ricercare nell’assenza di regali da parte della Marina italiana al presidente Berlusconi. Per soddisfare tale curiosità, decidiamo di contattare la Marina militare. «Noi non abbiamo i giubbotti da regalare al presidente del Consiglio», ha risposto l’ufficio stampa della forza armata. «A noi non tange, non abbiamo elementi per poter giudicare: magari il presidente del Consiglio avrà avuto contatti direttamente con il ministro La Russa». Peccato che a regalargli il cappotto non sia stato il ministro della Difesa italiano, ma il primo ministro russo Vladimir Putin.

Cappotto – Come fa notare il sito AnnaViva, mercoledì 6 gennaio Berlusconi ha trascorso la giornata passeggiando con la figlia Marina in Provenza e «ancora una volta non ha lesinato la bella mostra del cappotto regalatogli da Vladimir Putin recante sul petto l’aquila bicipite, simbolo dell’autocrazia del Cremlino». La scena si è ripetuta sei giorni dopo: Berlusconi è ritornato al Quirinale, dopo l’aggressione subita da Massimo Tartaglia, con addosso il solito cappotto nero della Marina russa.

Una volta bastava una bella stretta di mano davanti alle telecamere per sancire alleanze politiche e militari, magari seguite da qualche accordo sottovoce nelle stanze del potere. Perché ostentare tale esposizione di simboli di una nazione già solidamente vicina all’Italia? Non sarebbe meglio un cappotto di Medici Senza Frontiere, della Croce Rossa Italiana o semplicemente con il nostro tricolore? Non c’è da sorprendersi allora quando la gente avverte l’identità nazionale solo quando si vincono i Mondiali di calcio.

Ivano Pasqualino

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– La Russa: «Porteremo in Afghanistan la strategia italiana»

3 12 2009

Il ministro della Difesa Ignazio La Russa (Google)

ROMA – I 30mila soldati americani che Obama invierà a Kabul adotteranno una strategia tutta italiana. È questo «l’aspetto fondamentale», promosso dal ministro della Difesa Ignazio La Russa per i rinforzi che verranno impiegati in Afghanistan per concludere la guerra entro il 2011. «Finora gli americani pensavano che prima si dovesse mettere in sicurezza un’area e poi avviare la ricostruzione», spiega La Russa in un’intervista al Corriere della Sera. «Ora si sono convinti che le due operazioni devono marciare insieme: quello che hanno sempre fatto i militari italiani, portare sicurezza e benefici allo stesso tempo; non siamo più esecutori, ma partecipi di un’operazione comune».

Militare Nato a Kabul (Google)

Rinforzi – Il ministro ha spiegato quale sarà il piano d’invio dei rinforzi italiani: «Le nostre truppe partiranno per l’Afghanistan nella seconda parte del 2010, verranno sottratte ad altre missioni italiane: dal Kosovo rientreranno l’anno seguente circa 1.000 soldati, mentre dal Libano ne recupereremo 200». Nei prossimi giorni il segretario di Stato americano Hillary Clinton metterà nero su bianco il numero di uomini da richiedere ad ogni Paese della Nato. All’Italia verranno chiesti circa 1.500 militari, cifra che secondo La Russa rappresenta «la quota massima alla quale comunque non arriveremo».

Ivano Pasqualino

(articolo pubblicato anche sulla testata La Sestina)





– Nessuna lettera da Obama per i militari suicidi

30 11 2009

Chancellor A. Keesling, 25 anni, soldato americano suicida in Iraq (Google)

WASHINGTON – Joker: «Quelle sono cartucce cariche?!» Palla di lardo:«Sette e 62, blindatissime…Full Metal Jacket!» Joker: «Se Hartman viene e ci trova qui dentro, finiamo tutti e due in un mare di merda» Palla di lardo: «Io ci sono già nella merda…».

Il seguito della scena del film di Kubrick è nota a tutti: Palla di lardo uccide il Sergente Hartman con un colpo di fucile per poi suicidarsi con lo stesso M14. Il racconto di un dramma che nel 1897, dodici anni dopo la fine della guerra del Vietnam, sconvolse intere generazioni. Eppure sembra che ci sia ancora qualcuno indifferente ai problemi psicologici dei soldati in guerra. O, quantomeno, fa una netta distinzione fra i soldati uccisi da armi nemiche e quelli che decidono di levarsi la vita poiché non reggono l’ansia di vivere in un contesto di guerra. A sorprendere sarà il nome dell’uomo in questione: la “sentinella” del mondo, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. La Casa Bianca non invierà alcuna lettera di conforto alle famiglie dei 140 militari che, tra gennaio e ottobre 2009, dall’Iraq fino all’Afghanistan, hanno deciso di suicidarsi mentre si trovavano al fronte indossando una mimetica a stelle e strisce. È dai tempi della guerra di secessione che i Presidenti americani, partendo da Abramo Lincoln, scrivono di proprio pugno le missive per confortare i familiari dei deceduti in guerra. In questo modo mandano un segnale forte della presenza della Nazione , che onora e ricorda degnamente i suoi “fratelli d’arme”. Che adesso tanto fratelli non sembrano più se non meritano neanche una lettera di cordoglio.

Stress – La storia del soldato Chancellor Arsenio Keesling rispecchia in pieno l’argomento. Il riservista fu chiamato per la prima volta in Iraq sei anni fa, ma fu rispedito a casa dopo  che gli era stato diagnosticato il DPTS, un disturbo post traumatico da stress. Per il soldato Chancellor vivere quotidianamente a stretto contatto con gli orrori della guerra era psicologicamente insostenibile. Torna allora a casa in Indianapolis, ma nel 2006 l’esercito “a corto di militari” decide di richiamarlo. Inizialmente il riservista rifiuta l’incarico, ma «si convince presto che la sua presenza sul fronte è importante», racconta il padre di Chancellor. «Ripeteva che il suo dovere era quello di difendere il Paese», spiega con orgoglio il genitore prima di vedere il proprio figlio partire per sempre per l’Iraq, dove verrà rimpiegato il 27 maggio 2009. Qui si suiciderà con la sua carabina M4 meno di un mese dopo (19 giugno 2009). Diciassette ore prima del folle gesto aveva informato i genitori delle sue intenzioni. La famiglia provò ad allertare la base americana di Baghdad del pericolo, ma non riuscirono a comunicare con nessuno. Qualcuno adesso accusa gli apparati militari americani di negligenza e ignoranza, soprattutto in seguito alla dichiarazione di Obama che annuncia rinforzi in Afghanistan (30mila militari statunitensi, più 10mila soldati alleati). In ogni caso, una cosa è certa: il caso Chancellor era una tragedia annunciata.

Madre – «Nostro figlio, come tanti altri, ha sacrificato la sua giovane vita per gli Stati Uniti d’America ed è giusto che gli venga riconosciuto» spiega la signora Keesling, madre del soldato Chancellor, in un’intervista rilasciata all’organizzazione Democracy Now. «Chiediamo al Presidente Obama di rivedere questa terribile prassi, poche parole ci aiuterebbero ad andare avanti». Ma al momento la Casa Bianca rimane ferma sulla sua decisione: «L’Amministrazione sta prendendo in considerazione il problema delle lettere di condoglianza alle famiglie dei ragazzi che si sono tolti la vita», ha dichiarato il portavoce Tom Vietor. «Il Presidente è vicino con pensieri e preghiere a tutti coloro che hanno perso i loro cari in guerra». A poche settimane dalla sparatoria del Maggiore Malik Hasan a Fort Hood in Texas (13 persone persero la vita), l’America di Obama si risveglia con un’altra angosciante storia militare da affrontare.

Nel 1862 Abramo Lincoln scriveva ai familiari dei soldati americani caduti sul fronte: «Con queste righe vorrei portarvi un po’ di sollievo, anche se il conforto totale non è possibile perché solo il tempo potrà aiutarvi». Oggi nel 2009 discutiamo ancora se un ragazzo suicida sia o no un morto meritevole di una lettera con l’autografo di Obama.

Ivano Pasqualino