– Capodanno di sangue in Pakistan, kamikaze provoca 88 vittime

1 01 2010

Un edificio crollato a Karachi nell'attentato di lunedì 28 dicembre (reuters)

LAKKI MARWAT – Il primo di gennaio è da sempre giorno di festa dovunque. I fuochi d’artificio accendono la notte sopra il Cremlino a Mosca, la Torre Eiffel diventa un raggio di luce nel cuore di Parigi, il countdown di Times Square è ripreso e seguito da milioni di persone a New York. Ma nel mondo non tutte le esplosioni di questi giorni sono stati botti di Capodanno commemorativi. A Lakki Marwat, nelle zone tribali nord-occidentali del Pakistan, 88 persone hanno perso la vita venerdì 1 gennaio a causa di un attentato compiuto da un kamikaze. Decine le persone rimaste ferite. Il terrorista si è fatto esplodere nel mezzo di un centro sportivo durante una partita di pallavolo fra squadre locali. All’incontro stavano assistendo circa 200 spettatori. L’esplosione ha provocato  il crollo di una ventina di case vicine al campo di gioco, intrappolando abitanti e passanti sotto le macerie. Le autorità locali hanno addossato la responsabilità dell’attacco ai talebani: Lakki Marwat si trova nella turbolenta area della North West Frontier, al confine con l’Afghanistan, ed è considerata la roccaforte di Al Qaeda e dei taleban pakistani. Nonostante i recenti atti terroristici (l’ultimo, lunedì 28 dicembre, ad opera di un kamikaze, aveva causato 43 morti durante una processione religiosa sciita), l’attentato è arrivato nel giorno in cui a Karachi, capitale commerciale del Pakistan, sono sospese tutte le attività: politici e religiosi avevano infatti indetto uno sciopero per protestare contro l’ondata di violenza che da ottobre a dicembre 2009 ha causato centinaia di vittime.

Sepolti – «Sembra si tratti di un attentato suicida, stiamo portando via la gente sepolta sotto le macerie dei tetti crollati», ha spiegato alla Reuters il capo della polizia locale, Ayub Khan. Il kamikaze, a bordo di un pick-up imbottito di esplosivo, «si è scagliato contro un campo di pallavolo e si è fatto esplodere mentre era in corso una partita». Queste le uniche dichiarazioni da parte di funzionari ufficiali riguardo l’attentato. Le forze dell’ordine hanno arrestato 18 persone dopo i moti scoppiati a causati dell’attentato: le agitazioni hanno provocato danni per circa 250 milioni di euro per via dei centinaia di negozi distrutti.

Il presidente pakistano Zardari assieme alla moglie assassinata Benazir Bhutto (flickr)

Autorità – Nonostante i numerosi appelli e impegni per ristabilire la pace nel Paese, il presidente pakistano Asif Ali Zardari (vedovo di Benazir Bhutto) non è ancora riuscito a sconfiggere Al Qaeda e i talebani. Zardari vive un momento molto delicato, dato che le imputazioni per corruzione contro alcuni dei suoi consiglieri potrebbero essere riprese. Intanto l’Onu ha ritirato una parte del personale dal Pakistan, come ha reso noto ieri una portavoce delle Nazioni Unite. L’allarme per nuovi attentati rimane ancora molto alto. Un inizio anno decisamente in salita per un Paese da anni vittima della guerra.

Ivano Pasqualino

Annunci




– Obama si risveglia più “romano”

11 12 2009

Obama riceve il Nobel per la Pace nel Municipio di Oslo (iltempo.it)

OSLO – «Se vuoi la pace, prepara la guerra» scriveva l’autore latino Vegezio alla fine del IV secolo nell’antica Roma (Si vis pacem, para bellum). A distanza di quasi 2mila anni, il presidente degli Stati Uniti sembra aver raccolto il consiglio (oltre al Nobel per la Pace). Il riconoscimento gli è stato consegnato venerdì 11 dicembre nella sala del Municipio di Oslo. Come ringraziamento verso coloro che lo hanno scelto come icona e promotore della pace nel mondo, Obama ha voluto rinnovare il suo concetto di “guerra giusta”: «Dobbiamo riconoscere la realtà, non riusciremo a sradicare la violenza nel corso di una sola generazione», ha spiegato il presidente al momento della consegna. «Ci troveremo ancora di fronte ad occasioni in cui l’uso della forza sarà non solo necessario, ma anche moralmente giustificato». L’uso della forza significa violenza. E la violenza non può e non deve mai essere giustificata nella moderna società civile. Le propongo un invito quanto mai semplice ed efficace signor presidente: parliamone. Anzi, parlatene fra di voi che gestite le nostre sorti. Credo che non vi manchino né i mezzi (economici) né le capacità (intellettuali) per risolvere la questione. Discutetene, come e dove preferite: davanti un tè all’inglese, in un bistrot francese, in una pizzeria italiana, in una birreria tedesca, in una moschea islamica, dovunque purché se ne parli. E se vi è possibile, sotto la giacca all’incontro portate con voi degli omaggi, non delle armi.

La bandiera della pace (Google)

Comandante – A onor del vero, và ricordata l’importante premessa che Obama ha presentato alla consegna del Nobel: «La contraddizione più profonda dell’assegnazione di questo premio è il fatto che io sono il comandante in capo di un esercito impiegato su due fronti di guerra». I nomi di Schweitzer, del reverendo King e di Mandela sono stati evocati dal presidente come «giganti della storia» al cui confronto i suoi meriti sono «insignificanti». L’umiltà è un valore che è giusto riconoscere ad Obama. Il presidente Usa è poi tornato a promettere la chiusura di Guantanamo e il rinnovo degli Stati Uniti nei teatri di guerra come portabandiera della legalità. Nella speranza che la suddetta bandiera sia piuttosto variopinta, magari con i colori dell’arcobaleno e una scritta “Peace” al centro.

Ivano Pasqualino