- Dai cani paracadutisti agli squali-spia: quando gli animali vanno in guerra

22 03 2010

Fosco, cane parà, sergente maggiore dell'esercito italiano (stampa.it)

WASHINGTON – Muoiono in guerra, anche se non hanno scelto loro di parteciparvi. Fedeli al loro compito, si rivelano spesso fondamentali per il successo di una missione. E molte volte ci rimettono anche la pelle al posto dei propri padroni. Sono gli animali arruolati da eserciti e apparati di sicurezza.

Annibale e Alessandro Magno furono i primi ad utilizzarli nei conflitti tra il 350 e il 200 a.C. Allora si trattava di elefanti, considerati i “mezzi corazzati” del passato. Oggi le truppe di tutto il mondo schierano cani, delfini, asini, muli, lama, squali e persino antilopi.

Nell'ottobre 2009 Fosco ha effettuato il primo lancio con il paracadute insieme al suo istruttore. Il salto è stato effetuato da un elicottero all'altitudine di 4000 metri (stampa.it)

Cani – I primi impieghi militari di animali in epoca moderna risalgono alla prima metà del ’900. Secondo il sito Peacelink, solo nella Prima Guerra Mondiale morirono circa 8 milioni di cavalli, muli e asini nel trasportare uomini, armi e munizioni. Durante il secondo conflitto mondiale, gli alleati utilizzavano i cani per rintracciare la presenza di bombe e mine lungo il percorso, mentre fra le fila tedesche “militavano” i temibili Dobermann, addestrati a uccidere sotto comando.

Oggi gli israeliani li hanno preparati non solo al ruolo anti-bombe, ma anche al combattimento urbano. Molti sono caduti negli scontri con i terroristi: sono sepolti in un cimitero all’ interno della base delle forze speciali. Di recente hanno schierato anche un cane radiocomandato. Il soldato impartisce gli ordini inviando impulsi ad una cintura applicata all’animale. Due chilometri il raggio d’ azione.

I commandos britannici dei Sas hanno invece i cani parà, addestrati a lanciarsi con il paracadute da un aereo a migliaia di metri. Hanno allacciata una micro-telecamera e trasmettono le immagini, in tempo reale, ai militari. Per un cane di buona razza gli eserciti spendono tra i 3 e 4 mila euro, ma l’ addestramento può costare tre volte tanto.

Delfino impiegato dagli Stati Uniti per scovare mine subacquee (peacelink.it)

Altri animali – Cani a parte, gli americani hanno investito risorse consistenti, all’epoca della guerra in Vietnam, nell’impiego di leoni marini e delfini. Gli obiettivi: individuare mine subacquee (come al largo dell’Iraq), proteggere le basi dei sottomarini, intercettare sabotatori in mare aperto. In futuro potrebbero essere affiancati da squali-spia.

Imitando i nostri alpini, i marines statunitensi hanno comprato asini e muli per il teatro di guerra afghano. Animali ideali per accompagnare le pattuglie su un terreno impervio e lungo i fianchi delle montagne. Proprio come facevano i nostri avi.

Altro episodio curioso è quello del comando israeliano. Aveva di fronte un grande problema: la fitta vegetazione al confine con il Libano, elemento a favore dei guerriglieri locali. Decisero così di liberare sei antilopi capaci di divorare erba e arbusti per eliminare il vantaggio degli avversari.

Ma nell’impiego di animali esistono anche dei parziali fallimenti. Nel 2006 non hanno funzionato i lama porta-munizioni: scappavano verso le linee nemiche, regalando rifornimenti ai rivali. A questo punto, meglio l’ asinello.

Ivano Pasqualino





- Talebani: «Nessuna tregua», al via la prima grande offensiva dell’era Obama

4 02 2010

La provincia di Helmand, nel sud dell'Afghanistan (google)

MARJAH – Gli Usa preparano la retata finale contro i talebani della provincia di Helmand, nel sud dell’Afghanistan. La missione è prevista per metà febbraio. Sarà la prima grande offensiva militare sotto la presidenza di Barack Obama. L’operazione, condotta dalla Nato e dall’esercito afgano, ha come obiettivo la liberazione di Marjah, città a ovest del capoluogo Lashkar Gah. Secondo le stime Usa, nella zona scelta per l’attacco dovrebbero nascondersi circa 1.700 combattenti. «È l’unica area della provincia ancora sotto il controllo nemico», ha dichiarato un generale americano al Financial Times. I comandanti dei marines discutevano da tempo sull’opportunità di impadronirsi della città. «Liberare Marjah significherebbe creare un collegamento fra le zone di Helmand». Per la prima volta verranno impiegati i 30mila rinforzi inviati da Obama in Afghanistan a dicembre. «Se i ribelli si arrenderanno, l’operazione potrebbe concludersi senza sparare un colpo», precisa il generale al quotidiano britannico. «Altrimenti sarà uno scontro lungo che li porterà comunque a ritirarsi». L’ultima offensiva Usa risale allo scorso luglio, quando 4mila marines si spinsero fino a Lashkar Gah, roccaforte talebana.

Il presidente afghano Hamid Karzai e il capo della Casa Bianca, Barack Obama (google)

Tregua – Mentre in Afghanistan si imbracciano i fucili, in Inghilterra si cerca un accordo. La Conferenza di Londra, convocata lo scorso 28 e 29 gennaio e presieduta dai leader di Usa e Onu, ha espresso la volontà di stanziare 500 milioni di dollari da destinare all’opposizione per porre fine agli scontri. Secca, però, la risposta dei talebani attraverso il loro sito Internet: «Questa proposta è l’unico modo rimasto a britannici e americani per raggiungere obiettivi che non sono riusciti a conseguire sul campo di battaglia». Rifiutati quindi i fondi che, secondo i ribelli, sono una vera e propria “mazzetta” che «alla fine della Conferenza sarà spesa per fini militari, o finirà comunque nelle tasche dei funzionari della corrotta amministrazione Karzai». Una pace tanto cara da non avere prezzo.

Ivano Pasqualino

(articolo pubblicato anche sulla testata La Sestina)





- La protesta dell’ultimo reduce americano della 1° guerra mondiale

1 02 2010

Frank Buckles, 109 anni, veterano americano della 1° guerra mondiale (google)

WASHINGTON - A 109 anni ha ancora la forza di farsi sentire. In particolar modo oggi, 1 febbraio, giorno del suo compleanno. Frank Buckles (pagina wikipedia),  unico soldato americano della Grande Guerra ancora in vita, ha un’ultima missione da compiere prima di “rinfoderare l’arma”. Attraverso la Fondazione Memoriale della Prima guerra mondiale (di cui è presidente), il veterano è impegnato nel tentativo di ottenere la costruzione di un monumento commemorativo negli Stati Uniti in onore dei 4.734.991 soldati statunitensi che parteciparono al primo conflitto mondiale, con una dedica speciale ai 116.561 che persero la vita.

Il celebre zio Sam della locandina “I want you” (clicca qui per scoprirla) sarebbe fiero di Buckles: nato a Bethany nel 1901, appena sedicenne Frank era già disposto a fare carte false pur di essere arruolato. Nonostante la minore età, riuscì a entrare nell’esercito americano escludendo il controllo anagrafico al momento del reclutamento. A causa della sua corporatura esile venne escluso dal Corpo dei Marines. Fu così assegnato ai servizi automobilistici, con l’incarico di trasportare militari e feriti nelle zone di guerra (soprattutto in Inghilterra e Francia). Una curiosità: per dare un’idea della longevità di questo veterano, basti pensare che nel 1917, per aggregarsi all’esercito americano, raggiunse l’Europa a bordo della RMS Carpathia, la stessa nave che cinque anni prima aveva recuperato i sopravvissuti del naufragio del Titanic.

Buckles affrontò la Seconda guerra mondiale da civile. Ma ne rimase comunque segnato: conobbe personalmente Adolf Hitler e fu catturato dai giapponesi in quanto americano. Trascorse così tre anni di prigionia nel campo di Los Banos, in California. Una volta liberato, si sposò e decise di stabilirsi negli Stati Uniti.

Frank Buckles a 16 anni: era appena stato reclutato falsando la propria età (google)

Memoria – Oggi Buckles non ha smesso di essere un uomo combattivo. Quantomeno nell’animo, sempre deciso e determinato nel conseguimento dei propri obiettivi. Ancor di più oggi, giorno del suo 109° compleanno, festeggiato nella calma della sua casa di Charles Town. È arrivata così una nuova proposta sull’erezione di un monumento in onore dei caduti americani della Prima guerra mondiale. Dopo l’idea iniziale di costruire nel Distretto di Columbia, in una zona verde ricca di boschi, lo scorso dicembre è arrivata una nuova proposta da parte del “Doughboy” (nome utilizzato per le truppe americane durante il primo conflitto mondiale): collocare il monumento a Kansas City, nel Missouri. Il Congresso legislativo americano, incaricato dell’eventuale approvazione, non si è ancora espresso. A chi gli chiede il segreto di una vita così lunga, lui risponde «sincerità, speranza e quiete». E aggiunge ai microfoni della CNN, nonostante la sua età longeva, che «il tempo per me è passato molto velocemente, ho fatto tantissime cose negli ultimi 90 anni».

Ivano Pasqualino





- Terremoto ad Haiti: il video della realtà che si presenterà davanti ai marines

16 01 2010

Superstite si fa largo tra le vittime di un cimitero a cielo aperto (lastampa.it)

HAITI - Appartengo a quella schiera di persone che crede che un’immagine spesso valga più di mille spiegazioni. Per questo ho deciso di pubblicare il video alla fine dell’articolo (link). Il terremoto di Haiti del 12 gennaio impedisce in ogni caso di trovare parole a sufficienza per descrivere le atrocità di un Paese che è letteralmente morto. Haiti non è in ginocchio. Lo era già da molto tempo, essendo la nazione più povera delle Americhe. Haiti ora è distesa, abbattuta, col volto scoperto, in modo che tutti possano guardare quell’orrore con i propri occhi. Ai superstiti delle (almeno) 200mila vittime non è rimasto niente. E il bilancio è destinato a salire. Port-au-Prince è un cimitero a cielo aperto. E alla violenza della natura adesso seguono le barbarie di uno popolo che cerca in ogni modo di soddisfare i suoi bisogni primari, cibo e sicurezza innanzitutto. Bande criminali armate di machete corrono per le strade della capitale haitiana, decise a fare razzia di quel poco che è rimasto. Più di 3.000 detenuti circolano a piede libero a Port-au-Prince dopo il crollo del carcere. Gli sciacalli sono dappertutto, la situazione è fuori controllo. La polizia locale non riesce a gestire il caos e apre il fuoco sui saccheggiatori: un uomo è morto dopo essere stato colpito in fronte da un proiettile, diversi i feriti. Un giornalista della Reuters sostiene persino di aver visto prima un uomo dato alle fiamme da cittadini inferociti che lo avevano sorpreso a rubare, e dopo altri due sciacalli stesi a causa di ferite di arma da fuoco alla testa. E c’è da giurare che presto arriveranno a “sfilare” fra le case distrutte anche i colletti bianchi, con le 24ore cariche di progetti e le bocche piene di belle parole, per approfittare delle disgrazie della gente di Haiti. Il video che segue (dal contenuto piuttosto forte) è tratto da youreporter, e ha come unico scopo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla catastrofe haitiana. La vera domanda è: perché ci interessiamo di questa realtà solo quando è colpita da un cataclisma? Quanti sanno che a Haiti  prima del terremoto, su tre bambini, uno moriva di stenti dopo qualche mese dalla nascita, e quei due che sopravvivevano molto probabilmente venivano venduti al mercato degli schiavi? Haiti era già sepolta da molto tempo, schiacciata dalle macerie dell’indifferenza, distrutta dal disinteresse del mondo prima ancora che dal sisma.

Soldato haitiano perquisisce degli sciacalli (lastampa.it)

Video - Mai nessuno si è interessato ai problemi di Haiti ma, adesso che i riflettori sono accesi, c’è la corsa a “metterci la faccia” per ostentare una solidarietà nella maggior parte dei casi ipocrita. Da questa categoria sono da escludere le associazioni umanitarie che da sempre si battono (spesso senza scopo di lucro) per riportare la vita in luoghi come Haiti dove, il più delle volte, la morte è un’alternativa accettabile agli stenti di ogni giorno.

Il contingente ONU e i marines inviati da Obama a Haiti dovranno capire che, prima di poter dare valore alla morte del Paese, dovranno ridare valore alla sua vita. A differenza dell’Afghanistan, qui il nemico non spara e non si nasconde. Il nemico è semplicemente ovunque. Questo video ne mostra il crudo volto. Per visualizzarlo clicca qui.

Ivano Pasqualino









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