- Avatar è una metafora della strategia militare americana. Scopriamo perché

10 03 2010

La locandina del film

Metafore -  L’ho pensato subito. Non erano ancora passati neanche 20 dei 162 minuti previsti dal regista James Cameron per il suo kolossal fantascientifico. E io avevo già salda in mente la mia interpretazione del film: Avatar è una metafora della strategia militare usata dagli Stati Uniti nel corso della loro storia. Una storia attraversata da un filo rosso: l’invasione di territori stranieri per appropriarsi delle loro risorse. James Cameron probabilmente ha voluto inserire nel suo film diversi indizi che trasmettessero questo messaggio. I collegamenti sono immediati. Vediamone alcuni insieme:

Il pianeta Pandora

1) Unobtanium = petrolio. RDA è una compagnia interplanetaria militare degli Stati Uniti. Il suo scopo: estrarre dal sottosuolo di Pandora il prezioso minerale unobtanium. Il cristallo è l’unica risorsa capace di risolvere i gravi problemi energetici che assillano la Terra nel 2154. Unico problema sono i Na’vi, umanoidi che vivono pacificamente su Pandora in simbiosi con la fauna e la flora del pianeta. La compagnia militare decide di escludere la via diplomatica e invade i territori dei Na’vi per estrarre il prezioso minerale. Gli umanoidi che si opporranno per proteggere il proprio pianeta verranno uccisi, senza tanti complimenti. La RDA è chiaramente l’esercito americano, i Na’vi rappresentano gli abitanti invasi nel corso della storia dagli Usa a caccia di petrolio: Na’vi sono abitanti dell’Iraq, dell’Afghanistan, del Kuwait. Anche in passato la storia era la stessa: nel vecchio Far West i cowboys cacciarono gli indiani dalle riserve per appropriarsi dei loro preziosi territori, colmi di risorse importanti come le miniere d’oro. «Historia magistra vitae», recitava saggiamente Cicerone.

Gli elicotteri della RDA aprono il fuoco sui Na'vi

2) Pandora = Iraq. Segue dal punto precedente. Al centro di Pandora risiede il prezioso minerale unobtanium, fondamentale per la RDA. Nel sottosuolo di Iraq e Kuwait (prendiamo questi due come esempio) giace l’oro nero, per il quale da anni gli Usa escogitano pretesti di guerra come «portare la democrazia» o «scovare le armi di distruzione di massa». Inoltre il nome Pandora rimanda al famoso vaso che conteneva al suo interno tutti mali del mondo. Dentro Pandora, come nel cuore di Iraq e Kuwait, risiede la causa di tante vittime e sofferenze.

Le uniche armi dei Na'vi: arco e frecce

3) RDA = Usa e Na’vi = nativi. Il punto 1 e 2 basterebbero a spiegare la metafora del film. Ma c’è dell’altro. La RDA rifiuta la via diplomatica, troppo lunga e rischiosa. Preferisce imbracciare le armi per arrivare prima all’ unobtanium. Recentemente anche Obama, insignito del premio Nobel per la Pace, ha lanciato la sua prima grande offensiva contro i talebani nella provincia di Helmand, impiegando i 30mila soldati mandati come rinforzo del contingente in Afghanistan. La RDA opera con strumenti altamente sofisticati. Armi e tecnologie all’avanguardia, contro le quali poco possono gli archi e le frecce dei Na’vi. Oggi i palestinesi sono conosciuti in tutto il mondo per l’intifada: respingere i carri d’Israele (alleato Usa) solo con le pietre. Inutile dire che nel film i Na’vi, abitanti di paesaggi incontaminati, vedono calpestata qualunque loro usanza o tradizione. Inutile sottolineare che i Na’vi non attaccano mai, se non per difendere se stessi e il proprio territorio. Inutile aggiungere che la popolazione Na’vi sarà decimata nel corso del film.

Pandora distrutta dalla non curanza della RDA

4) Albero casa = politiche ambientali. La RDA non si preoccupa minimamente dei danni provocati all’ecosistema di Pandora. L’abbattimento dell’albero-casa, dimora dei Na’vi, ne è l’esempio lampante. Gli Stati Uniti non aderirono al protocollo di Kyoto a favore della salute del pianeta Terra. Inoltre Obama non è riuscito a dare peso e valore alla recente conferenza di Copenaghen.

Guerriero e sacerdote Na'vi

5) Religione Na’vi = religione islamica. I Na’vi sono legati da un patto di vita con la propria religione, pronti a combattere e a morire per difenderla. Gli estremisti islamici sono capaci di sacrificare la loro esistenza (spesso con gesti estremi e terroristici) in nome del proprio culto.

Ci sarebbero altre prove a supporto della tesi, anche se meno evidenti di quelle sopraelencate. Di certo guardare Avatar superficialmente non permette di cogliere questi aspetti. Significherebbe non cogliere il messaggio di Cameron e non apprezzare a sufficienza il suo lavoro. Anche se gli sono sfuggiti gli Oscar come miglior regia e miglior film (andati alla sua ex-moglie, Kathryn Bigelow, con il film “The Hurt Locker“), Avatar si è comunque aggiudicato tre premi ufficiali, più un quarto non ufficiale: migliori effetti speciali, migliore scenografia, migliore fotografia…e migliore metafora.

Ivano Pasqualino





- Elicotteri Usa sbagliano obiettivo, nuova strage di civili in Afghanistan

24 02 2010

Civili afghani sopravvissuti al raid Nato (ansa)

KABUL – Nuovo errore della Nato, ennesima strage di civili.  Nella mattinata di lunedì 22 febbraio i caccia americani hanno bombardato tre veicoli che viaggiavano nelle zone di confine tra le provincie di Uruzgan e Daykundi, nel sud dell’Afghanistan. Risultato: 27 morti, tutti civili, tra cui quattro donne e un bambino. I servizi segreti della Nato avevano indicato in quel punto la presenza di un contingente talebano. I guerriglieri si sarebbero ritirati a Uruzgan in seguito all’offensiva alleata “Mushtarak”, primo grande attacco dell’era Obama. Tuttavia le forze di terra giunte sul posto dopo il raid non hanno trovato Kalashnikov, ma solo provviste di famiglie in fuga dall’inferno della guerra.

Le scuse del generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe alleate in Afghanistan (army.mil)

Fiducia – Pronte le scuse del generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe alleate in Afghanistan: «Siamo addolorati per questa tragica perdita di vite umane innocenti». McChrystal sa che l’errore graverà sul rapporto, già complicato, tra l’esercito e la popolazione afghana. «Ho ribadito ai miei uomini che siamo qui per aiutare e proteggere i civili. Se rimangono coinvolti, ciò danneggia la loro fiducia nei nostri confronti e ci toccherà raddoppiare gli sforzi per riacquistarla».

Secca la replica del governo di Kabul: «Queste morti sono ingiustificabili». Mentre Karzai ha chiesto e ottenuto un incontro col generale McChrystal, dalla Casa Bianca non sono arrivati commenti sull’episodio.

Italia – «Sono scioccato e preoccupato», ha fatto sapere il ministro degli Esteri Franco Frattini, mentre il ministro della Difesa Ignazio La Russa assicura che «i bombardieri italiani non sganciano bombe, in quanto dotati solo di una grossa mitragliatrice». È la più grave strage di civili in Afghanistan dal 4 settembre 2009, quando l’intervento americano contro due autobotti provocò 90 morti, tra i quali almeno 40 civili.

Ivano Pasqualino

(articolo pubblicato anche sulla testata La Sestina)





- Talebani: «Nessuna tregua», al via la prima grande offensiva dell’era Obama

4 02 2010

La provincia di Helmand, nel sud dell'Afghanistan (google)

MARJAH – Gli Usa preparano la retata finale contro i talebani della provincia di Helmand, nel sud dell’Afghanistan. La missione è prevista per metà febbraio. Sarà la prima grande offensiva militare sotto la presidenza di Barack Obama. L’operazione, condotta dalla Nato e dall’esercito afgano, ha come obiettivo la liberazione di Marjah, città a ovest del capoluogo Lashkar Gah. Secondo le stime Usa, nella zona scelta per l’attacco dovrebbero nascondersi circa 1.700 combattenti. «È l’unica area della provincia ancora sotto il controllo nemico», ha dichiarato un generale americano al Financial Times. I comandanti dei marines discutevano da tempo sull’opportunità di impadronirsi della città. «Liberare Marjah significherebbe creare un collegamento fra le zone di Helmand». Per la prima volta verranno impiegati i 30mila rinforzi inviati da Obama in Afghanistan a dicembre. «Se i ribelli si arrenderanno, l’operazione potrebbe concludersi senza sparare un colpo», precisa il generale al quotidiano britannico. «Altrimenti sarà uno scontro lungo che li porterà comunque a ritirarsi». L’ultima offensiva Usa risale allo scorso luglio, quando 4mila marines si spinsero fino a Lashkar Gah, roccaforte talebana.

Il presidente afghano Hamid Karzai e il capo della Casa Bianca, Barack Obama (google)

Tregua – Mentre in Afghanistan si imbracciano i fucili, in Inghilterra si cerca un accordo. La Conferenza di Londra, convocata lo scorso 28 e 29 gennaio e presieduta dai leader di Usa e Onu, ha espresso la volontà di stanziare 500 milioni di dollari da destinare all’opposizione per porre fine agli scontri. Secca, però, la risposta dei talebani attraverso il loro sito Internet: «Questa proposta è l’unico modo rimasto a britannici e americani per raggiungere obiettivi che non sono riusciti a conseguire sul campo di battaglia». Rifiutati quindi i fondi che, secondo i ribelli, sono una vera e propria “mazzetta” che «alla fine della Conferenza sarà spesa per fini militari, o finirà comunque nelle tasche dei funzionari della corrotta amministrazione Karzai». Una pace tanto cara da non avere prezzo.

Ivano Pasqualino

(articolo pubblicato anche sulla testata La Sestina)





- Capodanno di sangue in Pakistan, kamikaze provoca 88 vittime

1 01 2010

Un edificio crollato a Karachi nell'attentato di lunedì 28 dicembre (reuters)

LAKKI MARWAT – Il primo di gennaio è da sempre giorno di festa dovunque. I fuochi d’artificio accendono la notte sopra il Cremlino a Mosca, la Torre Eiffel diventa un raggio di luce nel cuore di Parigi, il countdown di Times Square è ripreso e seguito da milioni di persone a New York. Ma nel mondo non tutte le esplosioni di questi giorni sono stati botti di Capodanno commemorativi. A Lakki Marwat, nelle zone tribali nord-occidentali del Pakistan, 88 persone hanno perso la vita venerdì 1 gennaio a causa di un attentato compiuto da un kamikaze. Decine le persone rimaste ferite. Il terrorista si è fatto esplodere nel mezzo di un centro sportivo durante una partita di pallavolo fra squadre locali. All’incontro stavano assistendo circa 200 spettatori. L’esplosione ha provocato  il crollo di una ventina di case vicine al campo di gioco, intrappolando abitanti e passanti sotto le macerie. Le autorità locali hanno addossato la responsabilità dell’attacco ai talebani: Lakki Marwat si trova nella turbolenta area della North West Frontier, al confine con l’Afghanistan, ed è considerata la roccaforte di Al Qaeda e dei taleban pakistani. Nonostante i recenti atti terroristici (l’ultimo, lunedì 28 dicembre, ad opera di un kamikaze, aveva causato 43 morti durante una processione religiosa sciita), l’attentato è arrivato nel giorno in cui a Karachi, capitale commerciale del Pakistan, sono sospese tutte le attività: politici e religiosi avevano infatti indetto uno sciopero per protestare contro l’ondata di violenza che da ottobre a dicembre 2009 ha causato centinaia di vittime.

Sepolti – «Sembra si tratti di un attentato suicida, stiamo portando via la gente sepolta sotto le macerie dei tetti crollati», ha spiegato alla Reuters il capo della polizia locale, Ayub Khan. Il kamikaze, a bordo di un pick-up imbottito di esplosivo, «si è scagliato contro un campo di pallavolo e si è fatto esplodere mentre era in corso una partita». Queste le uniche dichiarazioni da parte di funzionari ufficiali riguardo l’attentato. Le forze dell’ordine hanno arrestato 18 persone dopo i moti scoppiati a causati dell’attentato: le agitazioni hanno provocato danni per circa 250 milioni di euro per via dei centinaia di negozi distrutti.

Il presidente pakistano Zardari assieme alla moglie assassinata Benazir Bhutto (flickr)

Autorità – Nonostante i numerosi appelli e impegni per ristabilire la pace nel Paese, il presidente pakistano Asif Ali Zardari (vedovo di Benazir Bhutto) non è ancora riuscito a sconfiggere Al Qaeda e i talebani. Zardari vive un momento molto delicato, dato che le imputazioni per corruzione contro alcuni dei suoi consiglieri potrebbero essere riprese. Intanto l’Onu ha ritirato una parte del personale dal Pakistan, come ha reso noto ieri una portavoce delle Nazioni Unite. L’allarme per nuovi attentati rimane ancora molto alto. Un inizio anno decisamente in salita per un Paese da anni vittima della guerra.

Ivano Pasqualino





- Regali e carbone ai personaggi del 2009

25 12 2009

Il presidente americano Barack Obama (Google)

Il carbone, se potessi, lo regalerei a molti personaggi del 2009. Ma dato che siamo ancora Natale, riserviamo solo doni cortesi.

Per iniziare regalerei lo scudo di Perseo ai genitori di Eluana Englaro, per respingere gli artefici dell’accanimento terapeutico e mediatico, affinché vedano riflesso il male che hanno riservato a questa famiglia.

A Dario Pallotta, giocatore de L’Aquila Rugby che durante il terremoto in Abruzzo ha salvato tre anziane caricandosele sulle spalle, regalerei il pallone d’oro: oltre a non avere più una squadra, Dario non ha mai avuto gli scatti e le strette di mano del collega Leo Messi.

Al presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo regalerei le chiavi di una bella casa a Giampillieri, magari quella della fidanzata di Simone Neri. Gli farà bene passare qualche giorno nel ricordo di un eroe di una tragedia annunciata, magari insieme al ministro Prestigiacomo.

Il presidente afghano Hamid Karzai (Google)

Al presidente afghano Karzai regalerei uno specchio, affinché trovi il coraggio di guardarsi ogni giorno nonostante non rappresenti il suo popolo ancora mutilato dalla guerra.

Al presidente americano Obama regalerei un bel vocabolario di latino: scoprirà che un autore romano chiamato Vegezio aveva già profetizzato il suo arrivo quando scrisse «Si vis pacem, para bellum»

Al giudice Mesiano e al direttore Brachino farei trovare sotto l’albero lo stesso regalo: un pacco con 20 paia di calzini, tutti turchesi.

A Federica Pellegrini regalerei un salvagente, per metterla in salvo dal mare del gossip in cui affogano molti sportivi di successo.

E infine, al presidente Berlusconi, farei trovare un DVD di Milan-Inter 0-4: vedere del bel calcio fa sempre bene alla salute.

Ivano Pasqualino





- Il basket avvicina Usa e Afghanistan: cestiste di Kabul a lezione di NBA

20 12 2009

Le giocatrici afghane al Madison Square Garden assieme al campione Allan Houston (Corriere della Sera)

NEW YORK – Là dove la guerra divide, lo sport unisce.  Nel novembre 2009 dodici giocatrici di pallacanestro fra i 16 e i 20 anni, provenienti da Herat e Kabul, hanno partecipato negli Usa ad un progetto sportivo e culturale in collaborazione con l’NBA, la federazione americana di basket più famosa al mondo. Un’occasione per apprendere i segreti del sistema sportivo americano (tecnica, salute e nutrizione) e dare un calcio (o forse sarebbe il caso di dire una stoppata) a numerosi pregiudizi. «Confesso: mi ha stupito l’ospitalità verso di noi», ha commentato Miriam, una delle ragazze del gruppo. «Nonostante le barriere del linguaggio e della differente cultura, c’è stato molto affetto». Miriam e le sue compagne fanno parte della «Afghan Women’s National Youth Development team», selezione giovanile di promettenti cestite afghane.

La stella dei Cleveland, LeBron James, in azione (Google)

NBA – Il lavoro di apprendimento si è sposato al relax. Una volta finite le lezioni, le ragazze hanno potuto ammirare i campioni NBA in azione. Dopo la visita alla sede della federazione e al grande magazzino NBA sulla Quinta Strada di New York, il gruppo ha preso parte presso il celebre Madison Square Garden all’incontro fra Golden State e Knicks (squadra dove milita l’italiano Danilo Gallinari). Ad accompagnarle l’ex professionista Allan Houston, storico campione dei Knicks. «Non è un americano, è uno di noi», ha commentato Shukria Hekmat, l’allenatrice delle ragazze, riguardo l’ex stella NBA. «Ci ha davvero accolto con il cuore». Il tour si è concluso a Washington per ammirare i Cleveland Cavaliers in campo contro i Wizards. «Vedere dal vivo LeBron James e Shaquille O’Neal è stato come toccare il cielo con un dito», ha ammesso l’allenatrice Hekmat. Un dito, o una mano, per una volta tesa in segno di pace fra le due nazioni.

Ivano Pasqualino





- L’ospedale “Tiziano Terzani” che ha salvato 75mila vittime di guerra afghane

18 12 2009

La sala operatoria dell'ospedale "Tiziano Terzani" di Lashkar-gah (Emergency)

LASHKAR GAH – Afghanistan non vuol dire solo morti, talebani e terrorismo. C’è chi aiuta il prossimo con cure e sorrisi. Nel Centro chirurgico della cittadina di Lashkar-gah (meglio nota come Bost, a sud-ovest di Kabul), dalla fondazione nel settembre 2004 a giugno 2009, si è provveduto a 8.713 ricoveri, 10.212 interventi chirurgici e 51.078 visite ambulatoriali. La formazione dello staff medico e infermieristico dell’ospedale (scheda del centro) è affidato al personale internazionale di Emergency, organizzazione italiana in difesa dei diritti umani che dal 1999 ha assistito nelle sue strutture 2.291.103 persone. La maggior parte dei pazienti ricoverati sono vittime di guerra. Nessuna discriminazione di razza, sesso, religione o uniforme militare, in una regione teatro di bombardamenti e violenti scontri armati.

Il giornalista e scrittore Tiziano Terzani (Google)

Terzani – Il Centro chirurgico di Lashkar-gah è specializzato in “Chirurgia per vittime di guerra e mine antiuomo”. A questo reparto è da poco stata affiancata la Traumatologia, dedicata in particolar modo alle vittime di incidenti stradali. Il Centro ha una capacità di 70 posti letto e offre svariati servizi sanitari, dal Pronto Soccorso alla Fisioterapia, passando per la Terapia intensiva e la Farmacia. C’è persino una sala giochi, per regalare un sorriso a chi fino a ora ha sempre urlato di disperazione. Lo staff nazionale del Centro è composto da 205 persone. Nell’assunzione del personale ausiliario Emergency dà la precedenza ai disabili, alle vedove e ai gruppi socialmente deboli. L’intero ospedale è stato dedicato alla memoria di Tiziano Terzani, celebre reporter e profondo conoscitore dell’Asia scomparso nel 2004. Negli occhi dei medici e dei pazienti vive ancora il messaggio di pace e speranza del famoso giornalista: dialogo e confronto, prima di tutto.

Ivano Pasqualino





- La Russa: «Porteremo in Afghanistan la strategia italiana»

3 12 2009

Il ministro della Difesa Ignazio La Russa (Google)

ROMA – I 30mila soldati americani che Obama invierà a Kabul adotteranno una strategia tutta italiana. È questo «l’aspetto fondamentale», promosso dal ministro della Difesa Ignazio La Russa per i rinforzi che verranno impiegati in Afghanistan per concludere la guerra entro il 2011. «Finora gli americani pensavano che prima si dovesse mettere in sicurezza un’area e poi avviare la ricostruzione», spiega La Russa in un’intervista al Corriere della Sera. «Ora si sono convinti che le due operazioni devono marciare insieme: quello che hanno sempre fatto i militari italiani, portare sicurezza e benefici allo stesso tempo; non siamo più esecutori, ma partecipi di un’operazione comune».

Militare Nato a Kabul (Google)

Rinforzi - Il ministro ha spiegato quale sarà il piano d’invio dei rinforzi italiani: «Le nostre truppe partiranno per l’Afghanistan nella seconda parte del 2010, verranno sottratte ad altre missioni italiane: dal Kosovo rientreranno l’anno seguente circa 1.000 soldati, mentre dal Libano ne recupereremo 200». Nei prossimi giorni il segretario di Stato americano Hillary Clinton metterà nero su bianco il numero di uomini da richiedere ad ogni Paese della Nato. All’Italia verranno chiesti circa 1.500 militari, cifra che secondo La Russa rappresenta «la quota massima alla quale comunque non arriveremo».

Ivano Pasqualino

(articolo pubblicato anche sulla testata La Sestina)





- Obama: «Rinforzi in Afghanistan, ritiro dal 2011»

2 12 2009

Obama parla alle truppe americane (Google)

WASHINGTON – Sono 30mila i militari americani che in soli sei mesi verranno schierati in Afghanistan. A fianco a loro altri 10mila soldati alleati, dei quali 1.500 italiani. Saranno gli ultimi rinforzi che USA e Nato invieranno a Kabul. Obama, fresco vincitore del premio Nobel per la pace, ha infatti annunciato lunedì 1 dicembre, davanti ai cadetti dell’Accademia di West Point, che il ritiro delle truppe americane comincerà fra 19 mesi, nel giugno 2011, e verrà completato entro la fine del 2012, cioè al termine del suo mandato.

Missione – Il presidente degli Stati Uniti ha spiegato perché i rinforzi saranno impiegati con la massima rapidità. «In questo modo potranno prendere di mira l’insurrezione talebana e rendere sicuri i centri abitati più importanti». La missione prioritaria delle truppe americane sarà infatti riacquisire il controllo di zone nevralgiche dove gli estremisti sono più radicati: in cima alla lista figurano le città strategiche di Kandahar nel sud e Khost nell’est. «Questo ci consentirà d’addestrare le forze di sicurezza locali – ha spiegato Obama – affinché gli Stati Uniti possano trasferire la responsabilità al governo e al popolo dell’Afghanistan». Nel Paese è da poco stato rieletto presidente Hamid Karzai, nonostante lo scandalo dei brogli elettorali che lo vedeva coinvolto.

Soldato italiano impegnato in Afghanistan (Google)

Alleati – «Poiché questo è uno sforzo internazionale, ho chiesto che il nostro impegno si accompagni a nuovi contributi dei partner». Obama ha invitato così gli alleati a contribuire nella fase finale della guerra in Afghanistan. È in gioco «non solo la credibilità della Nato, ma la sicurezza del mondo per portare a termine insieme con successo questa guerra». Spetta a Hillary Clinton indicare le cifre per ogni Paese: secondo il quotidiano francese Le Monde, la Casa Bianca chiederà 2.000 soldati alla Germania, 1.500 ciascuno a Francia e Italia, 1.000 al Regno Unito. «Fare dei numero adesso è prematuro», ha risposto il ministro della Difesa Ignazio La Russa. «Vogliamo venire incontro alle esigenze americane, ma non potremo procedere prima della seconda parte del 2010». L’invio di nuove truppe comporterebbe inoltre spese enormi che in questo momento l’Italia non può sostenere: la soluzione potrebbe essere togliere militari dal Kosovo o dal Libano e aumentarli in Afghanistan.

Ivano Pasqualino

(articolo pubblicato anche sulla testata La Sestina)





- Nessuna lettera da Obama per i militari suicidi

30 11 2009

Chancellor A. Keesling, 25 anni, soldato americano suicida in Iraq (Google)

WASHINGTON – Joker: «Quelle sono cartucce cariche?!» Palla di lardo:«Sette e 62, blindatissime…Full Metal Jacket!» Joker: «Se Hartman viene e ci trova qui dentro, finiamo tutti e due in un mare di merda» Palla di lardo: «Io ci sono già nella merda…».

Il seguito della scena del film di Kubrick è nota a tutti: Palla di lardo uccide il Sergente Hartman con un colpo di fucile per poi suicidarsi con lo stesso M14. Il racconto di un dramma che nel 1897, dodici anni dopo la fine della guerra del Vietnam, sconvolse intere generazioni. Eppure sembra che ci sia ancora qualcuno indifferente ai problemi psicologici dei soldati in guerra. O, quantomeno, fa una netta distinzione fra i soldati uccisi da armi nemiche e quelli che decidono di levarsi la vita poiché non reggono l’ansia di vivere in un contesto di guerra. A sorprendere sarà il nome dell’uomo in questione: la “sentinella” del mondo, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. La Casa Bianca non invierà alcuna lettera di conforto alle famiglie dei 140 militari che, tra gennaio e ottobre 2009, dall’Iraq fino all’Afghanistan, hanno deciso di suicidarsi mentre si trovavano al fronte indossando una mimetica a stelle e strisce. È dai tempi della guerra di secessione che i Presidenti americani, partendo da Abramo Lincoln, scrivono di proprio pugno le missive per confortare i familiari dei deceduti in guerra. In questo modo mandano un segnale forte della presenza della Nazione , che onora e ricorda degnamente i suoi “fratelli d’arme”. Che adesso tanto fratelli non sembrano più se non meritano neanche una lettera di cordoglio.

Stress – La storia del soldato Chancellor Arsenio Keesling rispecchia in pieno l’argomento. Il riservista fu chiamato per la prima volta in Iraq sei anni fa, ma fu rispedito a casa dopo  che gli era stato diagnosticato il DPTS, un disturbo post traumatico da stress. Per il soldato Chancellor vivere quotidianamente a stretto contatto con gli orrori della guerra era psicologicamente insostenibile. Torna allora a casa in Indianapolis, ma nel 2006 l’esercito “a corto di militari” decide di richiamarlo. Inizialmente il riservista rifiuta l’incarico, ma «si convince presto che la sua presenza sul fronte è importante», racconta il padre di Chancellor. «Ripeteva che il suo dovere era quello di difendere il Paese», spiega con orgoglio il genitore prima di vedere il proprio figlio partire per sempre per l’Iraq, dove verrà rimpiegato il 27 maggio 2009. Qui si suiciderà con la sua carabina M4 meno di un mese dopo (19 giugno 2009). Diciassette ore prima del folle gesto aveva informato i genitori delle sue intenzioni. La famiglia provò ad allertare la base americana di Baghdad del pericolo, ma non riuscirono a comunicare con nessuno. Qualcuno adesso accusa gli apparati militari americani di negligenza e ignoranza, soprattutto in seguito alla dichiarazione di Obama che annuncia rinforzi in Afghanistan (30mila militari statunitensi, più 10mila soldati alleati). In ogni caso, una cosa è certa: il caso Chancellor era una tragedia annunciata.

Madre – «Nostro figlio, come tanti altri, ha sacrificato la sua giovane vita per gli Stati Uniti d’America ed è giusto che gli venga riconosciuto» spiega la signora Keesling, madre del soldato Chancellor, in un’intervista rilasciata all’organizzazione Democracy Now. «Chiediamo al Presidente Obama di rivedere questa terribile prassi, poche parole ci aiuterebbero ad andare avanti». Ma al momento la Casa Bianca rimane ferma sulla sua decisione: «L’Amministrazione sta prendendo in considerazione il problema delle lettere di condoglianza alle famiglie dei ragazzi che si sono tolti la vita», ha dichiarato il portavoce Tom Vietor. «Il Presidente è vicino con pensieri e preghiere a tutti coloro che hanno perso i loro cari in guerra». A poche settimane dalla sparatoria del Maggiore Malik Hasan a Fort Hood in Texas (13 persone persero la vita), l’America di Obama si risveglia con un’altra angosciante storia militare da affrontare.

Nel 1862 Abramo Lincoln scriveva ai familiari dei soldati americani caduti sul fronte: «Con queste righe vorrei portarvi un po’ di sollievo, anche se il conforto totale non è possibile perché solo il tempo potrà aiutarvi». Oggi nel 2009 discutiamo ancora se un ragazzo suicida sia o no un morto meritevole di una lettera con l’autografo di Obama.

Ivano Pasqualino








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