- Altro che James Bond. Un venditore ambulante ha salvato New York

5 05 2010

Lance Orton, 57 anni, circondato dai cronisti vicino Broadway (nydailynews.com)

NEW YORK – Non la CIA. Non la FBI. Nessun agente segreto in stile 007. A salvare il centro di New York il 1° maggio dall’autobomba di Shahzad Faisal è stato un venditore ambulante. Il suo nome è Lance Orton, americano di 57 anni, reduce del Vietnam, tornato dal fronte con pochi soldi e molte ferite. Una di queste lo costringe a zoppicare. Dai primi anni ’80 trascina a fatica un carrello per gli incroci di Times Square. Provando ogni giorno a vendere t-shirt, borse false, orologi taroccati, persino preservativi con la faccia di Obama. Per decenni è rimasto uno dei tanti venditori “invisibili” che si incontrano per strada nelle grandi metropoli. Dopo aver comprato un souvenir, tutti dimenticano presto il suo volto. Ma da quella segnalazione a un poliziotto, la sua vita è cambiata. Altro che invisibile: adesso per fare una foto con Lance c’è una fila di mezz’ora. È lui la vera attrazione di Times Square in questi giorni. Per Hollywood potrebbe essere Dustin Hoffman nel film “Eroe per caso”. Per i media americani è «l’ambulante che ha salvato New York». Un attentato nel cuore della città avrebbe infatti costituito un danno di immagine enorme per gli Stati Uniti. Il segreto di Lance per combattere il terrorismo? Lo rivela lui stesso: «Se vedi qualcosa, dici subito qualcosa».

Cittadini Anche il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha tenuto a precisare che «l’attentato di Times Square è stato sventato grazie all’azione di comuni cittadini vigilanti». Lance si era insospettito quando Faisal, il terrorista “fai da te”, aveva parcheggiato il Suv (imbottito di esplosivi) proprio vicino a lui. «Ho subito pensato: ma chi cavolo posteggia qui, in sosta vietata, proprio davanti alla mia bancarella? Coi lampeggianti, il motore acceso e nessuno a bordo, in piena Times Square?», ha raccontato il venditore ambulante ai cronisti. «Mi avvicino al finestrino, noto un grappolo di chiavi nel cruscotto. Poi vedo del fumo che esce dal finestrino di dietro. Non perdo un istante e chiamo subito un poliziotto a cavallo». Uno dei tanti agenti (spesso sovrappeso) che girano superbi per il centro di New York, più avvezzi ai sorrisi per le foto dei turisti che alle sparatorie nel Bronx. L’esatto opposto di come li abbiamo sempre visti in tv. Lance invece non gradisce i flash dei fotografi. «Adesso sono stanco», ha borbottato all’ennesimo curioso che si avvicinava. Ora ha un solo desiderio: essere di nuovo invisibile. Perché anche i supereroi, quando si tolgono il costume, tornano a essere persone comuni.

Ivano Pasqualino





- Non ci sono più i terroristi di una volta

4 05 2010

Shahzad Faisal, terrorista improvvisato nel cuore di New York (repubblica.it)

NEW YORK – «Ho agito da solo». E ne va pure fiero Shahzad Faisal, 30 anni, americano di origini pakistane, autore del fallito attentato lo scorso 1 maggio a Times Square (New York). L’uomo è analista finanziario, figlio di un ufficiale in pensione dell’esercito pakistano. Dopo l’addestranento come terrorista a Waziristan (Pakistan), aveva provato a far saltare il suo Suv, una Nissan di seconda mano imbottita di esplosivi, nel centro di New York, nella celebre Times Square. «Puntava a uccidere più americani possibili in uno dei posti più affollati del nostro Paese», ha dichiarato il ministro della Giustizia Usa, Eric Holder. «Ha tentato di usare un’arma di distruzione di massa, pertanto verrà incriminato in base alla legge contro il terrorismo».

Bomba - Abbandonato il veicolo con i segnalatori di direzione lampeggianti, Faisal si era allontanato in modo rapido e sospetto sotto gli occhi di telecamere e passanti. Il comportamento bizzarro non è sfuggito agli agenti presenti sul luogo, che avevano già notato del fumo fuoriuscire dalla macchina. Gli esplosivi, costituiti da propano e fuochi d’artificio, sono stati subito disinnescati.

Indizi - Risalire al terrorista “fai da te” è stato semplice. Il pakistano con passaporto americano ha infatti lasciato dietro di sé numerose prove schiaccianti. Aveva acquistato il Suv a suo nome da un rivenditore di macchine usate. Aveva lasciato sul portellone della vettura un adesivo di un salone d’automobili del Connecticut (Stato in cui risiede). Aveva mandato una mail alla rivenditrice della Nissan contente il suo vero numero di cellulare. Aveva guidato senza guanti, lasciando quindi impronte digitali in qualunque parte dell’abitacolo. Infine, la fuga dagli Stati Uniti: la polizia l’ha arrestato mentre tentava di imbarcarsi per un volo destinazione Dubai. Una volta la chiamavano coda di paglia. Chissà cosa penserà di Faisal, lì fra le montagne dell’Afghanistan, Osama Bin Laden. Il suo aspirante terrorista è stato arrestato in soli due giorni e cinque ore dall’identificazione. Un record (negativo) nel ramo del terrorismo. Come si legge su Corriere.it, «non potendo inviare veri mujaheddin, i gruppi estremisti ricorrono a militanti dal profilo “basso”. Ossia terroristi già presenti in Occidente e non troppo esperti nel maneggiare gli esplosivi. Se riescono, offrono loro brevi periodi di training e poi lasciano che il militante si aggiorni via Internet o con le informazioni inviate dai complici. Questo spiega i ripetuti errori compiuti nella preparazione degli ordigni come nell’esecuzione dove lasciano un gran numero di tracce». I terroristi di una volta (per fortuna) non esistono più (?).

Ivano Pasqualino





- Trovato Bin Laden, almeno su Facebook. Chiusa la sua pagina con più di 1000 fan

20 04 2010

La pagina di Bin Laden, chiusa il 19 aprile, aveva già raccolto 1000 fan

WASHINGTON - Bin Laden è stato scovato. Ma è subito sparito di nuovo, giusto il tempo di raccogliere mille seguaci. No, non stiamo parlando dell’ultimo reclutamento di Al Qaeda, ma di una pagina su Facebook aperta il 25 marzo a suo nome. La pagina e il relativo account “Osama Bin Laden”, dopo aver raccolto più di mille fan, sono stati chiusi il 19 aprile dai gestori del social network su ordine dei servizi antiterrorismo americani. Fra i motivi della rimozione del profilo vi è la presenza di link a video e audio contenenti discorsi di estremisti islamici.

Fan - La pagina era forse stata aperta da un simpatizzante del capo di Al Qaeda. Probabile anche l’ipotesi di una semplice provocazione mediatica. La pagina recava la dicitura “Il leader dei Mujahedin” e indicava, nello spazio riservato al suo indirizzo, “le montagne del mondo”. La CIA e i servizi segreti americani avrebbero senz’altro gradito la vera residenza con tanto di codice postale.

Ivano Pasqualino





- Disarmo nucleare, storica intesa raggiunta fra Usa e Russia

26 03 2010

Accordo raggiunto fra Obama e Medvedev: firmeranno l'intesa l'8 aprile a Praga (thewashingtonnote.com)

WASHINGTON – Obama spazza via gli ultimi detriti della Guerra Fredda. Venerdì 26 marzo è stato raggiunto l’accordo sul disarmo fra Usa e Russia. L’intesa durerà dieci anni (con un’opzione per altri cinque) e vedrà una netta riduzione degli arsenali nucleari delle due super potenze. «È il più ampio accordo sulla riduzione degli armamenti degli ultimi 20 anni», ha dichiarato il presidente americano Barack Obama. «Riduce di circa un terzo le armi nucleari che i due Paesi potranno dislocare». Il presidente russo Dmitri Medvedev ha aggiunto che «il nuovo accordo sul disarmo rispecchia l’equilibrio degli interessi di entrambi i Paesi».

Divergenza – L’intesa sarà firmata l’8 aprile a Praga: prevede un tetto di 1.550 testate nucleari operative e di 800 vettori nucleari. Secondo Mosca, sarà fissato in forma vincolante il legame tra le armi offensive e difensive. Era questo uno dei punti di maggior disaccordo nei negoziati. La Casa Bianca infatti ribatte che la nuova intesa non stabilisce limiti sui programmi di difesa anti-missile.

Ivano Pasqualino







- Dai cani paracadutisti agli squali-spia: quando gli animali vanno in guerra

22 03 2010

Fosco, cane parà, sergente maggiore dell'esercito italiano (stampa.it)

WASHINGTON – Muoiono in guerra, anche se non hanno scelto loro di parteciparvi. Fedeli al loro compito, si rivelano spesso fondamentali per il successo di una missione. E molte volte ci rimettono anche la pelle al posto dei propri padroni. Sono gli animali arruolati da eserciti e apparati di sicurezza.

Annibale e Alessandro Magno furono i primi ad utilizzarli nei conflitti tra il 350 e il 200 a.C. Allora si trattava di elefanti, considerati i “mezzi corazzati” del passato. Oggi le truppe di tutto il mondo schierano cani, delfini, asini, muli, lama, squali e persino antilopi.

Nell'ottobre 2009 Fosco ha effettuato il primo lancio con il paracadute insieme al suo istruttore. Il salto è stato effetuato da un elicottero all'altitudine di 4000 metri (stampa.it)

Cani – I primi impieghi militari di animali in epoca moderna risalgono alla prima metà del ’900. Secondo il sito Peacelink, solo nella Prima Guerra Mondiale morirono circa 8 milioni di cavalli, muli e asini nel trasportare uomini, armi e munizioni. Durante il secondo conflitto mondiale, gli alleati utilizzavano i cani per rintracciare la presenza di bombe e mine lungo il percorso, mentre fra le fila tedesche “militavano” i temibili Dobermann, addestrati a uccidere sotto comando.

Oggi gli israeliani li hanno preparati non solo al ruolo anti-bombe, ma anche al combattimento urbano. Molti sono caduti negli scontri con i terroristi: sono sepolti in un cimitero all’ interno della base delle forze speciali. Di recente hanno schierato anche un cane radiocomandato. Il soldato impartisce gli ordini inviando impulsi ad una cintura applicata all’animale. Due chilometri il raggio d’ azione.

I commandos britannici dei Sas hanno invece i cani parà, addestrati a lanciarsi con il paracadute da un aereo a migliaia di metri. Hanno allacciata una micro-telecamera e trasmettono le immagini, in tempo reale, ai militari. Per un cane di buona razza gli eserciti spendono tra i 3 e 4 mila euro, ma l’ addestramento può costare tre volte tanto.

Delfino impiegato dagli Stati Uniti per scovare mine subacquee (peacelink.it)

Altri animali – Cani a parte, gli americani hanno investito risorse consistenti, all’epoca della guerra in Vietnam, nell’impiego di leoni marini e delfini. Gli obiettivi: individuare mine subacquee (come al largo dell’Iraq), proteggere le basi dei sottomarini, intercettare sabotatori in mare aperto. In futuro potrebbero essere affiancati da squali-spia.

Imitando i nostri alpini, i marines statunitensi hanno comprato asini e muli per il teatro di guerra afghano. Animali ideali per accompagnare le pattuglie su un terreno impervio e lungo i fianchi delle montagne. Proprio come facevano i nostri avi.

Altro episodio curioso è quello del comando israeliano. Aveva di fronte un grande problema: la fitta vegetazione al confine con il Libano, elemento a favore dei guerriglieri locali. Decisero così di liberare sei antilopi capaci di divorare erba e arbusti per eliminare il vantaggio degli avversari.

Ma nell’impiego di animali esistono anche dei parziali fallimenti. Nel 2006 non hanno funzionato i lama porta-munizioni: scappavano verso le linee nemiche, regalando rifornimenti ai rivali. A questo punto, meglio l’ asinello.

Ivano Pasqualino





- Avatar è una metafora della strategia militare americana. Scopriamo perché

10 03 2010

La locandina del film

Metafore -  L’ho pensato subito. Non erano ancora passati neanche 20 dei 162 minuti previsti dal regista James Cameron per il suo kolossal fantascientifico. E io avevo già salda in mente la mia interpretazione del film: Avatar è una metafora della strategia militare usata dagli Stati Uniti nel corso della loro storia. Una storia attraversata da un filo rosso: l’invasione di territori stranieri per appropriarsi delle loro risorse. James Cameron probabilmente ha voluto inserire nel suo film diversi indizi che trasmettessero questo messaggio. I collegamenti sono immediati. Vediamone alcuni insieme:

Il pianeta Pandora

1) Unobtanium = petrolio. RDA è una compagnia interplanetaria militare degli Stati Uniti. Il suo scopo: estrarre dal sottosuolo di Pandora il prezioso minerale unobtanium. Il cristallo è l’unica risorsa capace di risolvere i gravi problemi energetici che assillano la Terra nel 2154. Unico problema sono i Na’vi, umanoidi che vivono pacificamente su Pandora in simbiosi con la fauna e la flora del pianeta. La compagnia militare decide di escludere la via diplomatica e invade i territori dei Na’vi per estrarre il prezioso minerale. Gli umanoidi che si opporranno per proteggere il proprio pianeta verranno uccisi, senza tanti complimenti. La RDA è chiaramente l’esercito americano, i Na’vi rappresentano gli abitanti invasi nel corso della storia dagli Usa a caccia di petrolio: Na’vi sono abitanti dell’Iraq, dell’Afghanistan, del Kuwait. Anche in passato la storia era la stessa: nel vecchio Far West i cowboys cacciarono gli indiani dalle riserve per appropriarsi dei loro preziosi territori, colmi di risorse importanti come le miniere d’oro. «Historia magistra vitae», recitava saggiamente Cicerone.

Gli elicotteri della RDA aprono il fuoco sui Na'vi

2) Pandora = Iraq. Segue dal punto precedente. Al centro di Pandora risiede il prezioso minerale unobtanium, fondamentale per la RDA. Nel sottosuolo di Iraq e Kuwait (prendiamo questi due come esempio) giace l’oro nero, per il quale da anni gli Usa escogitano pretesti di guerra come «portare la democrazia» o «scovare le armi di distruzione di massa». Inoltre il nome Pandora rimanda al famoso vaso che conteneva al suo interno tutti mali del mondo. Dentro Pandora, come nel cuore di Iraq e Kuwait, risiede la causa di tante vittime e sofferenze.

Le uniche armi dei Na'vi: arco e frecce

3) RDA = Usa e Na’vi = nativi. Il punto 1 e 2 basterebbero a spiegare la metafora del film. Ma c’è dell’altro. La RDA rifiuta la via diplomatica, troppo lunga e rischiosa. Preferisce imbracciare le armi per arrivare prima all’ unobtanium. Recentemente anche Obama, insignito del premio Nobel per la Pace, ha lanciato la sua prima grande offensiva contro i talebani nella provincia di Helmand, impiegando i 30mila soldati mandati come rinforzo del contingente in Afghanistan. La RDA opera con strumenti altamente sofisticati. Armi e tecnologie all’avanguardia, contro le quali poco possono gli archi e le frecce dei Na’vi. Oggi i palestinesi sono conosciuti in tutto il mondo per l’intifada: respingere i carri d’Israele (alleato Usa) solo con le pietre. Inutile dire che nel film i Na’vi, abitanti di paesaggi incontaminati, vedono calpestata qualunque loro usanza o tradizione. Inutile sottolineare che i Na’vi non attaccano mai, se non per difendere se stessi e il proprio territorio. Inutile aggiungere che la popolazione Na’vi sarà decimata nel corso del film.

Pandora distrutta dalla non curanza della RDA

4) Albero casa = politiche ambientali. La RDA non si preoccupa minimamente dei danni provocati all’ecosistema di Pandora. L’abbattimento dell’albero-casa, dimora dei Na’vi, ne è l’esempio lampante. Gli Stati Uniti non aderirono al protocollo di Kyoto a favore della salute del pianeta Terra. Inoltre Obama non è riuscito a dare peso e valore alla recente conferenza di Copenaghen.

Guerriero e sacerdote Na'vi

5) Religione Na’vi = religione islamica. I Na’vi sono legati da un patto di vita con la propria religione, pronti a combattere e a morire per difenderla. Gli estremisti islamici sono capaci di sacrificare la loro esistenza (spesso con gesti estremi e terroristici) in nome del proprio culto.

Ci sarebbero altre prove a supporto della tesi, anche se meno evidenti di quelle sopraelencate. Di certo guardare Avatar superficialmente non permette di cogliere questi aspetti. Significherebbe non cogliere il messaggio di Cameron e non apprezzare a sufficienza il suo lavoro. Anche se gli sono sfuggiti gli Oscar come miglior regia e miglior film (andati alla sua ex-moglie, Kathryn Bigelow, con il film “The Hurt Locker“), Avatar si è comunque aggiudicato tre premi ufficiali, più un quarto non ufficiale: migliori effetti speciali, migliore scenografia, migliore fotografia…e migliore metafora.

Ivano Pasqualino





- Elicotteri Usa sbagliano obiettivo, nuova strage di civili in Afghanistan

24 02 2010

Civili afghani sopravvissuti al raid Nato (ansa)

KABUL – Nuovo errore della Nato, ennesima strage di civili.  Nella mattinata di lunedì 22 febbraio i caccia americani hanno bombardato tre veicoli che viaggiavano nelle zone di confine tra le provincie di Uruzgan e Daykundi, nel sud dell’Afghanistan. Risultato: 27 morti, tutti civili, tra cui quattro donne e un bambino. I servizi segreti della Nato avevano indicato in quel punto la presenza di un contingente talebano. I guerriglieri si sarebbero ritirati a Uruzgan in seguito all’offensiva alleata “Mushtarak”, primo grande attacco dell’era Obama. Tuttavia le forze di terra giunte sul posto dopo il raid non hanno trovato Kalashnikov, ma solo provviste di famiglie in fuga dall’inferno della guerra.

Le scuse del generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe alleate in Afghanistan (army.mil)

Fiducia – Pronte le scuse del generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe alleate in Afghanistan: «Siamo addolorati per questa tragica perdita di vite umane innocenti». McChrystal sa che l’errore graverà sul rapporto, già complicato, tra l’esercito e la popolazione afghana. «Ho ribadito ai miei uomini che siamo qui per aiutare e proteggere i civili. Se rimangono coinvolti, ciò danneggia la loro fiducia nei nostri confronti e ci toccherà raddoppiare gli sforzi per riacquistarla».

Secca la replica del governo di Kabul: «Queste morti sono ingiustificabili». Mentre Karzai ha chiesto e ottenuto un incontro col generale McChrystal, dalla Casa Bianca non sono arrivati commenti sull’episodio.

Italia – «Sono scioccato e preoccupato», ha fatto sapere il ministro degli Esteri Franco Frattini, mentre il ministro della Difesa Ignazio La Russa assicura che «i bombardieri italiani non sganciano bombe, in quanto dotati solo di una grossa mitragliatrice». È la più grave strage di civili in Afghanistan dal 4 settembre 2009, quando l’intervento americano contro due autobotti provocò 90 morti, tra i quali almeno 40 civili.

Ivano Pasqualino

(articolo pubblicato anche sulla testata La Sestina)





- Talebani: «Nessuna tregua», al via la prima grande offensiva dell’era Obama

4 02 2010

La provincia di Helmand, nel sud dell'Afghanistan (google)

MARJAH – Gli Usa preparano la retata finale contro i talebani della provincia di Helmand, nel sud dell’Afghanistan. La missione è prevista per metà febbraio. Sarà la prima grande offensiva militare sotto la presidenza di Barack Obama. L’operazione, condotta dalla Nato e dall’esercito afgano, ha come obiettivo la liberazione di Marjah, città a ovest del capoluogo Lashkar Gah. Secondo le stime Usa, nella zona scelta per l’attacco dovrebbero nascondersi circa 1.700 combattenti. «È l’unica area della provincia ancora sotto il controllo nemico», ha dichiarato un generale americano al Financial Times. I comandanti dei marines discutevano da tempo sull’opportunità di impadronirsi della città. «Liberare Marjah significherebbe creare un collegamento fra le zone di Helmand». Per la prima volta verranno impiegati i 30mila rinforzi inviati da Obama in Afghanistan a dicembre. «Se i ribelli si arrenderanno, l’operazione potrebbe concludersi senza sparare un colpo», precisa il generale al quotidiano britannico. «Altrimenti sarà uno scontro lungo che li porterà comunque a ritirarsi». L’ultima offensiva Usa risale allo scorso luglio, quando 4mila marines si spinsero fino a Lashkar Gah, roccaforte talebana.

Il presidente afghano Hamid Karzai e il capo della Casa Bianca, Barack Obama (google)

Tregua – Mentre in Afghanistan si imbracciano i fucili, in Inghilterra si cerca un accordo. La Conferenza di Londra, convocata lo scorso 28 e 29 gennaio e presieduta dai leader di Usa e Onu, ha espresso la volontà di stanziare 500 milioni di dollari da destinare all’opposizione per porre fine agli scontri. Secca, però, la risposta dei talebani attraverso il loro sito Internet: «Questa proposta è l’unico modo rimasto a britannici e americani per raggiungere obiettivi che non sono riusciti a conseguire sul campo di battaglia». Rifiutati quindi i fondi che, secondo i ribelli, sono una vera e propria “mazzetta” che «alla fine della Conferenza sarà spesa per fini militari, o finirà comunque nelle tasche dei funzionari della corrotta amministrazione Karzai». Una pace tanto cara da non avere prezzo.

Ivano Pasqualino

(articolo pubblicato anche sulla testata La Sestina)





- La protesta dell’ultimo reduce americano della 1° guerra mondiale

1 02 2010

Frank Buckles, 109 anni, veterano americano della 1° guerra mondiale (google)

WASHINGTON - A 109 anni ha ancora la forza di farsi sentire. In particolar modo oggi, 1 febbraio, giorno del suo compleanno. Frank Buckles (pagina wikipedia),  unico soldato americano della Grande Guerra ancora in vita, ha un’ultima missione da compiere prima di “rinfoderare l’arma”. Attraverso la Fondazione Memoriale della Prima guerra mondiale (di cui è presidente), il veterano è impegnato nel tentativo di ottenere la costruzione di un monumento commemorativo negli Stati Uniti in onore dei 4.734.991 soldati statunitensi che parteciparono al primo conflitto mondiale, con una dedica speciale ai 116.561 che persero la vita.

Il celebre zio Sam della locandina “I want you” (clicca qui per scoprirla) sarebbe fiero di Buckles: nato a Bethany nel 1901, appena sedicenne Frank era già disposto a fare carte false pur di essere arruolato. Nonostante la minore età, riuscì a entrare nell’esercito americano escludendo il controllo anagrafico al momento del reclutamento. A causa della sua corporatura esile venne escluso dal Corpo dei Marines. Fu così assegnato ai servizi automobilistici, con l’incarico di trasportare militari e feriti nelle zone di guerra (soprattutto in Inghilterra e Francia). Una curiosità: per dare un’idea della longevità di questo veterano, basti pensare che nel 1917, per aggregarsi all’esercito americano, raggiunse l’Europa a bordo della RMS Carpathia, la stessa nave che cinque anni prima aveva recuperato i sopravvissuti del naufragio del Titanic.

Buckles affrontò la Seconda guerra mondiale da civile. Ma ne rimase comunque segnato: conobbe personalmente Adolf Hitler e fu catturato dai giapponesi in quanto americano. Trascorse così tre anni di prigionia nel campo di Los Banos, in California. Una volta liberato, si sposò e decise di stabilirsi negli Stati Uniti.

Frank Buckles a 16 anni: era appena stato reclutato falsando la propria età (google)

Memoria – Oggi Buckles non ha smesso di essere un uomo combattivo. Quantomeno nell’animo, sempre deciso e determinato nel conseguimento dei propri obiettivi. Ancor di più oggi, giorno del suo 109° compleanno, festeggiato nella calma della sua casa di Charles Town. È arrivata così una nuova proposta sull’erezione di un monumento in onore dei caduti americani della Prima guerra mondiale. Dopo l’idea iniziale di costruire nel Distretto di Columbia, in una zona verde ricca di boschi, lo scorso dicembre è arrivata una nuova proposta da parte del “Doughboy” (nome utilizzato per le truppe americane durante il primo conflitto mondiale): collocare il monumento a Kansas City, nel Missouri. Il Congresso legislativo americano, incaricato dell’eventuale approvazione, non si è ancora espresso. A chi gli chiede il segreto di una vita così lunga, lui risponde «sincerità, speranza e quiete». E aggiunge ai microfoni della CNN, nonostante la sua età longeva, che «il tempo per me è passato molto velocemente, ho fatto tantissime cose negli ultimi 90 anni».

Ivano Pasqualino





- Terremoto ad Haiti: il video della realtà che si presenterà davanti ai marines

16 01 2010

Superstite si fa largo tra le vittime di un cimitero a cielo aperto (lastampa.it)

HAITI - Appartengo a quella schiera di persone che crede che un’immagine spesso valga più di mille spiegazioni. Per questo ho deciso di pubblicare il video alla fine dell’articolo (link). Il terremoto di Haiti del 12 gennaio impedisce in ogni caso di trovare parole a sufficienza per descrivere le atrocità di un Paese che è letteralmente morto. Haiti non è in ginocchio. Lo era già da molto tempo, essendo la nazione più povera delle Americhe. Haiti ora è distesa, abbattuta, col volto scoperto, in modo che tutti possano guardare quell’orrore con i propri occhi. Ai superstiti delle (almeno) 200mila vittime non è rimasto niente. E il bilancio è destinato a salire. Port-au-Prince è un cimitero a cielo aperto. E alla violenza della natura adesso seguono le barbarie di uno popolo che cerca in ogni modo di soddisfare i suoi bisogni primari, cibo e sicurezza innanzitutto. Bande criminali armate di machete corrono per le strade della capitale haitiana, decise a fare razzia di quel poco che è rimasto. Più di 3.000 detenuti circolano a piede libero a Port-au-Prince dopo il crollo del carcere. Gli sciacalli sono dappertutto, la situazione è fuori controllo. La polizia locale non riesce a gestire il caos e apre il fuoco sui saccheggiatori: un uomo è morto dopo essere stato colpito in fronte da un proiettile, diversi i feriti. Un giornalista della Reuters sostiene persino di aver visto prima un uomo dato alle fiamme da cittadini inferociti che lo avevano sorpreso a rubare, e dopo altri due sciacalli stesi a causa di ferite di arma da fuoco alla testa. E c’è da giurare che presto arriveranno a “sfilare” fra le case distrutte anche i colletti bianchi, con le 24ore cariche di progetti e le bocche piene di belle parole, per approfittare delle disgrazie della gente di Haiti. Il video che segue (dal contenuto piuttosto forte) è tratto da youreporter, e ha come unico scopo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla catastrofe haitiana. La vera domanda è: perché ci interessiamo di questa realtà solo quando è colpita da un cataclisma? Quanti sanno che a Haiti  prima del terremoto, su tre bambini, uno moriva di stenti dopo qualche mese dalla nascita, e quei due che sopravvivevano molto probabilmente venivano venduti al mercato degli schiavi? Haiti era già sepolta da molto tempo, schiacciata dalle macerie dell’indifferenza, distrutta dal disinteresse del mondo prima ancora che dal sisma.

Soldato haitiano perquisisce degli sciacalli (lastampa.it)

Video - Mai nessuno si è interessato ai problemi di Haiti ma, adesso che i riflettori sono accesi, c’è la corsa a “metterci la faccia” per ostentare una solidarietà nella maggior parte dei casi ipocrita. Da questa categoria sono da escludere le associazioni umanitarie che da sempre si battono (spesso senza scopo di lucro) per riportare la vita in luoghi come Haiti dove, il più delle volte, la morte è un’alternativa accettabile agli stenti di ogni giorno.

Il contingente ONU e i marines inviati da Obama a Haiti dovranno capire che, prima di poter dare valore alla morte del Paese, dovranno ridare valore alla sua vita. A differenza dell’Afghanistan, qui il nemico non spara e non si nasconde. Il nemico è semplicemente ovunque. Questo video ne mostra il crudo volto. Per visualizzarlo clicca qui.

Ivano Pasqualino









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